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Prospettive Sul Tardoantico

Atti del Convegno di Pavia (27-28 novembre 1997)

€ 18,00
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a cura di Giancarlo Mazzoli e Fabio Gasti, premessa di Giancarlo Mazzoli, relatori A. Giardina, G. Polara, I. Gualandri, F.E. Consolino, A.V. Nazzaro, M. Marin, C. Moreschini, R. Perrelli, E. Colombi, A. Borghini, F. Gasti.
pp. 176, Como
data stampa: 1999
codice isbn: 3105

Dalla premesse di Giancarlo Mazzoli:
"Il convegno di cui si pubblicano qui gli Atti - tenutosi il 27 e 28 novembre 1997 a Pavia, nell'Aula Foscoliana dell'Università e nel Salone degli Affreschi dell'Almo Collegio Borromeo - ha inteso primariamente affidare ad alcuni tra i maggiori specialisti italiani il compito di lanciare sul tardoantico una serie di sguardi non meramente retrospettivi, da inventario consuntivo, ma - come risulta dal titolo - prospettici, privilegiando ciò che nelle problematiche storiche e letterarie di quell'epoca potesse avere un feedback culturale sulle nostre.

È plausibile che, nell'approssimarsi di una svolta quale quella, di millennio, che ci accingiamo a compiere, la sensibilità per le grandi scansioni della storia - ammesso che la storia proceda per scansioni - si acuisca e con accresciuta urgenza si cerchino agli interrogativi del presente rispondenze, se non risposte, tra le pieghe del passato più ricche di connotazioni omologabili. Ma c'è di più. La crisi in cui, non da oggi, è entrato il concetto di 'modernità' ha trovato, nel tempo più recente, occasione (1) d'essere fruttuosamente letta in corrispondenza biunivoca con quella che ha investito negli ultimi decenni il 'paradigma classico'. Uscita dal moderno, la cultura attuale si accorge di essere per cosÌ dire uscita, e per le stesse dinamiche, dall'antico, o, per essere più chiari, da quella rappresentazione dell' antico pur meritoriamente trasmessaci dai vari umanesimi e dall'Altertumswissenschaft; e avverte, come suo sempre più improrogabile dovere, l'impegno di riappropriarsene con occhi ormai 'altri'.

Questo modo 'postmoderno' di intendere la fine dell'antichità non può non fare i conti con l'epoca in cui effettivamente - sull'asse temporale - essa si produsse, almeno nella civiltà occidentale: quel periodo appunto al quale, da un secolo a questa parte (ufficialmente dalla Spätrömische Kunstindustrie di Alois Riegl), si applica l'ossimorica etichetta di 'tardoantico'. Tanto più se si tenga nella dovuta considerazione il fatto - da cui prende le mosse il contributo di Andrea Giardina - che il concetto stesso di tardoantico è andato fin dall'inizio costruendosi su prevalenti «presupposti di modernità». Giardina parla anzi in proposito d'una vera e propria «retorica della modernità», fortemente connessa con quella «esplosione» morfologica per via della quale è venuta a svilupparsi nella valutazione di molti interpreti una ipertrofia della nozione di tardoantico: fin quasi appunto a una sua paradossale saldatura col moderno, e alla minimizzazione di cesure epocali quali la caduta dell'impero romano o la stessa età di mezzo.

I successivi apporti del Convegno aderiscono chiaramente a questa ribadita istanza di periodizzazine più corta del tardoantico, focalizzando le loro tematiche nei tre secoli dal IV al VI, nei quali l'evoluzione del rapporto coi classici si compie in un complesso gioco di permanenze, rimozioni, slittamenti e tratti più francamente preludenti alla cultura medievale. Di tali dinamiche la poesia costituisce il laboratorio più vasto e offre anche il più comodo osservatorio. Vi si situano partitamente, per ciascuno dei tre secoli, i contributi di Giovanni Polara, Isabella Gualandri, Franca EIa Consolino. Il primo si concentra sull' emblematica figura di Ausonio, protesa, tramite l'esasperata combinazione di ars e ludus, da un lato a regolare i conti col passato (si pensi al Cento nuptialis, «una sorta di rispettosa vendetta che unisce il massimo di identificazione col massimo di rimozione»), dall'altro a realizzare (si pensi al Gryphus) composizioni che anticipano la poetica del trobar club. Ciò che la Gualandri a sua volta indaga nella poesia di V secolo _ segnatamente Sidonio Apollinare e Draconzio - è il permanere dei paradigmi mitologici in una cultura che ha ormai ufficialmente sconsacrato il paganesimo: icone d'uno spazio «secolare», questi «dei duri a morire» devono la loro resistenza letteraria ora soltanto alle frivole convenzioni d'un gioco sociale «in maschera», ma ora anche a più fondate istanze di conservazione della tradizione antica in un mondo cristianizzato sempre più pervio ai barbari. Lungo il sec. VI, tra Avito di Vienne e Venanzio Fortunato, si compie, sotto lo sguardo della Consolino, il processo di «metabolizzazione» dell'antico: dalla reviviscenza dei classici presso la corte vandalica e dal serrato continuum artivato con essi da un Boezio a rapporti con la tradizione via via più allentati, distaccati o liberamente rielaborati in forme che già si affacciano alla soglia medievale.

In altri tre contributi i segni del tardoantico vengono colti all'interno della dialettica tensione vigente tra pensiero patristico e referenti culturali pagani. Antonio V. Nazzaro sceglie come banco di prova Ambrogio, sondato in relazione al più classico degli ipotesti, quello virgiliano: presenza tutt'altro che circoscritta a (pur non respinte) ragioni ornamentali ma al contrario ideologicamente aggiustata, con tutta una serie di scarti anche lievi, a sancire il primato della cultura cristiana. Nella stessa direzione Marcello Marin studia la semantica agostiniana della historia, mettendo in luce la subordinata utilitas presentata, nel quadro globale della doctrina christiana, dalla storia profana rispetto all'auctoritas della storia sacra. Una gerarchia di valori che traspare anche, come mostra Claudio Moreschini, dalla replica di Cirillo d'Alessandria allo scritto Contro i Galilei di Giuliano l'Apostata: opera in cui l'ampio corredo dottrinale attinto a fonti, poetiche e filosofiche, non cristiane (ivi incluso uno strenuo avversario quale Porfirio) viene sistematicamente conguagliato a fini apologetici o comunque strumentalizzato in funzione della polemica antipagana.

Integra gli Atti una serie di comunicazioni: Raffaele Perrelli esamina le cifre ideologiche della propaganda emergenti dai panegirici claudianei; Emanuela Colombi esempi di interferenze evangeliche sussistenti negli Evangeliorum libri di Giovenco; Alberto Borghini ricostruisce, valendosi della lente antropologica, le valenze retoriche sottese ad alcuni passi delle Storie di Agatia; ed infine Fabio Gasti riconosce la derivazione da Agostino di un verso presente nel libro XI delle Etymologiae di Isidoro."

Indice:

Premessa

Esplosione di tardoantico

Tra ars e ludos: tecnica e poetica in Ausonio

Gli dei duri a morire: temi mitologici nella poesia latina del V secolo

L’eredità dei classici nella poesia del VI secolo

La presenza di Virgilio in Ambrogio

Historia e derivati in Agostino: note retoriche ed esegetiche

Motivi della filosofia pagana nel Contra Iulianum di Cirillo di Alessandria

Panegirici e propaganda

Poesia ed esegesi cristiana: interferenze tra i Vangeli di Matteo e Luca negli Evangeliorum libri di Giovenco

Cane-uccello, cani e uccelli: incomprensione culturale, e recupero del ‘reale’ come retorica, in alcuni passi di Agatia

Una fonte in prosa per un verso isidoriano?

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