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Missione al Gran Mogòr


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IV edizione, introduzione di V. G., note di Giuseppe D'Annibale
pp. 234, Bari
data stampa: 1962
codice isbn: 5720

L'opera che ora presentiamo al pubblico italiano venne edita a Roma nel 1653 col titolo: Missione al Gran Mogòr del p. Ridolfo Aquaviva della Compagnia di Gesù. Sua vita e morte e d'altri quattro compagni uccisi in odio della fede in Salsete di Goa descritta dal p. Daniello Bartoli della medesima Compagnia.

Il medesimo racconto missionario - che ebbe già varie edizioni oltre la prima del 1653, 1831, 1833, 1945, 1946 ecc. - fa parte della Historia universale pur essendo distinto dagli altri libri e persino da quelli sull'Asia. Dopo aver parlato del dominio del Gran Mogòr, situato tra l'Indo e il Gange, e del carattere del re Achabàr, salito al trono nel 1556, il Bartoli descrive l'arrivo a Goa del padre Ridolfo Aquaviva d'Atri, nobile d'origine e santamente votato al sacerdozio e al martirio. Nell'India e particolarmente alla Corte reale il p. Aquaviva cerca in ogni modo di convertire il re dall'islamismo al cattolicesimo; a tal fine disputa vigorosamente coi Mulassi maomettani, e, per la santità della propria vita, si fa presto ammirare dal sovrano che fa a lui varie concessioni in favore della Compagnia. Però Achabàr pensa di fondare egli stesso una religione che sia la sintesi di tutte quelle che vede contrastanti nel suo regno: a tale scopo si abbandona a volta a volta all'una o all'altra, quando ne vede l'eccellenza. Il Padre, lasciato il Mogòr vedendo vane le sue speranze, torna a Goa, dove i gesuiti avevano fatto varie conquiste nel campo della fede. Ma gli idolatri, accaniti per la distruzione dei templi sacri, facevano ogni sforzo per combattere i Cristiani in quanto stranieri, tanto più che costoro avevano diretto aiuto dai portoghesi, assai potenti in India. Nel maggio del 1583 gli idolatri finiscono con l'avere il sopravvento; e durante una sommossa guidata da un fattucchiere, il padre Ridolfo coi Compagni viene trucidato dalla folla.

Col sangue dei missionari viene alfine santificata quella terra. Intanto i portoghesi si fanno rendere i corpi, barbaramente messi in un pozzo, e a loro volta, per rappresaglia, decimano la popolazione. L'ultima parte dell'opera riferisce con particolari strettamente biografici le principali vicende del p. Aquaviva e dei suoi Compagni: Alfonso Pacheco, spagnolo; Pietro Berno di Ascona, l'attuale Locarno; Antonio Franceschi di Coimbra, e f. Francesco Aragna di Lisbona.

Questa Missione, che evoca una delle più celebri gesta della compagnia e ha un interesse largamente missionario, è soprattutto nota per la vigoria della narrazione di costumi e di vicende orientali. Celebri sono le pagine (capitolo 7) in cui viene descritto il sacrificio delle vedove indiane, che, secondo la tradizione, si gettano sul rogo per mostrare fedeltà al morto marito. La narrazione coi suoi larghi e sicurissimi periodi procede tra pittoresche descrizioni di paesi lontani e un poco fantastici, arazzi di costumi stravaganti e sontuosi, e tali da muovere con vaghi colori l'immaginazione, ambascerie, regge, e guerre sottili, feroce e fastose...

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