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Sintesi di Dottrina della Razza


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Presentazione di Piero Di Vona.
pp. 280, Padova
data stampa: 2017
codice isbn: 978889867240

Da parte di Julius Evola, l’attenzione al paesaggio della politica —un ‘rispetto’ soggettivo e indulgente all’apparenza, ma impersonale e distaccato nel fondo— culminò in due momenti. Il più lucente sotto il profilo effettuale: nel secondo dopoguerra, quando a lui si accostarono i reduci dall’esperienza fascista repubblicana, e altri seguaci del neofascismo, che nelle sue vedute scorgevano conferme ideali e ideologiche della loro attività. Il più illuminante sotto il profilo speculativo: sul finire degli anni Trenta, allorché si rivelarono i suoi scritti sulla razza e la sua interpretazione razzista della storia. Gli elementi della prospettiva di Evola erano costituiti dalla dottrina “tradizionale” e dalla Weltanschauung della rivoluzione conservatrice, sui cui fondamenti egli valutava sia il fascismo nelle sue caratteristiche politico-istituzionali, sia le risposte del regime alla questione razziale. Lo ‘spirito’ diveniva quindi in tale teoria il vero ‘autore’ del significato della natura delle comunità umane, il centro delle loro determinazioni storiche. Nel “razzismo spirituale”, coerente negazione della fede individualistica dell’epoca borghese e mercantile, si imperniava la reazione al sentimentalismo ugualitario; attraverso quel razzismo si mirava a una retroversione, a un rivolgimento all’indietro, con l’obiettivo di dissolvere, con gradualità ‘teurgica’, le perversioni della modernità insieme ai suoi complementi ideologici — illuminismo, umanitarismo, scientismo positivista.
La formulazione sistematica di Evola riscosse l’approvazione del Duce, il quale, almeno sotto il riguardo teorico, intendeva disporre di una architettura originaria, e applicare sopra tutto una articolazione ‘originale’, fronte a fronte con la concezione della nazista Volksgemeinschaft-comunità di stirpe. Col suo imprimatur della sintassi razziale stabilita da Evola, il capo del fascismo se ne ‘appropriò’, la indossò autorizzando la pubblicazione in tedesco del testo col titolo di Sintesi di dottrina fascista della razza: una denominazione, questa, che suggeriva l’ardita impressione che la nozione di razza, dal cielo delle idee, si fosse trasferita alla terra della ideologia del regime italiano. In Italia invece le tesi dell’autore, che mal si conciliavano con le tavole dei bisogni, ordinari e “troppo umani”, della obliqua intellighenzia fascista, scatenarono le reazioni —più speculatrici che speculative— dei corifei del razzismo biologista e zoologista, sostenitori degli aspetti esclusivamente naturalistici della nozione di razza, e di un antisemitismo politico sull’esempio del Terzo Reich.

L’insegnamento fissato da Julius Evola in Sintesi di dottrina della razza resta l’espressione, retta e preziosa, non soggetta a contingenze temporali, di un pensiero magnanimo e sovrano. Un magistero che equivale all’affermazione della necessità di incentrare la gerarchia delle qualità umane, l’ordine dei loro ranghi, sulla osservanza — assicurata, nella persona, dalla perseveranza delle opere, non affidata alla evanescenza delle parole — di quelle che Nietzsche chiamava “le virtù militari dell’anima”.

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