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Il rapporto tra linguaggio e realtà è uno dei nodi problematici e centrali della filosofia platonica: come, in che senso, col nostro discorso, noi "diciamo" la realtà; come, perché, dicendola, possiamo dire il vero o il falso. E questo avviene specialmente negli ultimi dialoghi, nei quali l'Ateniese è impegnato in un ripensamento della dottrina delle idee alla luce di una riconsiderazione delle filosofie precedenti, e in particolare di quella eleatica e di quelle dei sofisti, sempre fortemente ed ambiguamente "vicine" alla filosofia platonica. Questo libro vuole seguire il percorso difficile e "mascherato" con cui Platone tenta di chiudere i conti con un certo modo di fare filosofia - o meglio con certi modi: sono evidenti nei dialoghi esaminati le autocritiche - e nello stesso tempo di stabilire e di aprire nuove metodologie e nuovi campi di indagine, in quel suo "stile" inconfondibile, che impasta analogie e miti, paradigmi e argomentazioni logiche, immagini corpose e rarefatte astrazioni, geniali intuizioni e disarmanti ingenuità; in quel suo "stile" drammatico (drammatico anche perché sempre cosciente dell'ambiguità del tentativo di costruire un rapporto oggettivo tra realtà/verità e linguaggio/interpretazione; e drammatico ancora perché evidenzia sempre - che sia in primo piano o che si intravveda sullo sfondo - il valore etico, politico, di ogni tensione teoretica) che fa del testo platonico un unicum in tutta la nostra storia culturale.