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La Cultura Spirituale di Babilonia

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Una civiltà non dominata dalla spada ma dalla sapienza

Rizzoli
€ 22,00
€ 20,90 Risparmia 5%
prima edizione, traduzione di Augusto Menduni.
pp. 136, ill. b/n, tavv. b/n f.t., Milano
data stampa: 1982
codice isbn: 7374

Resse, attorno al 4000 a.c. in Mesopotamia, una civiltà, non dominata dalla spada, ma dalla sapienza.
I suoi sacerdoti concepivano ogni fenomeno come il materializzarsi di energie cosmiche misurabili, che si esprimevano anzitutto nei ritmi degli astri o dèi. Il cielo, l'intreccio di questi ritmi, il mondo degli dèi-numeri era la griglia in cui tutto trovava il suo riscontro e la sua origine.
I templi erano osservatori astronomici e teatri dove le danze astrali si inscenavano: i contrasti fra Luce e Tenebra (il nitido linguaggio degli astri e della luna di contro all'accecante Sole), le corrispondenze che collegavano tutte le cose fra loro: Marte col nord, Giove con l'ovest, Saturno col sud, Mercurio con l'est, Venere con lo zenit e col numero 5. A ogni astro spettava un ritmo, un timbro, una nota. E un colore: nero a Saturno, giallo a Giove, rosso a Marte, porpora al Sole, verde alla Luna.
Così ogni cosa fu razionale: trovava la sua stella; perfino ciò che mai più in seguito è stato afferrabile e domabile, la finanza: le banche templari avevano ancorato la moneta al cielo, cambiando l'oro e l'argento in ragione di 1 a 13 1/2 (il rapporto fra il 360 solare e il 27 lunare).
Miti e riti erano astronomia cantata e recitata, si svolgevano nella piana dello zodiaco fra i due picchi dei solstizi, e ogni passione ripeteva la tragedia dei contrasti fra le due metà della luna o la commedia della crocifissione equinoziale.
L'umanità allora conobbe l'Ordine Celeste e il vago ricordo non cesserà di tormentarla. Questa visione del quarto millennio avanti Cristo, dedotta dai documenti, arrise all'inizio di questo secolo a Hugo Winckler.

Nacque nel 1863, morì nel 1913. Fu dapprima docente a Berlino; scrisse una vasta Storia d'Israele (1895-1900), un trattato sulle Leggi di Hammurabi (1902), curò l'edizione dei testi assiri, compilò l'edizione critica e tradusse le lettere di El Amarna (1896). Ma i suoi orizzonti si dilatarono vertiginosamente quando ebbe la direzione degli scavi di Boghazkoy in Anatolia e vide riemergere dal suolo la civiltà ittita. Comprese allora la forma della civiltà astrale arcaica. Ebbe la fortuna di adunare altri studiosi geniali e in pochi anni a Lipsia, a partire dal 1906, uscirono i tomi delle grandi riviste dove E. Siecke, seguito dall'Ehrenreich, scriveva la «storia d'amore del cielo», rintracciando i motivi fissi e ineluttabili d'ogni possibile narrazione, dove C. Fries scriveva « Odisseo sciamano », dove J. Jeremias rileggeva la storia d'Israele e del Medio Oriente antico. L'impatto della grande opera è compendiato in questo libretto.
Da allora i mestieranti accademici di qualche spicco poco hanno fatto se non saccheggiare silenziosamente questo patrimonio che preferiscono non menzionare, la cui intuizione centrale sono riusciti a rendere tabù. (Elémire Zolla)

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