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Federico II Imperatore

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Garzanti Libri
€ 35,00
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traduzione di Gianni Pilone Colombo.
pp. 792, Milano
data stampa: 2009
codice isbn: 978881169312

"Stupor mundi" fu detto dai contemporanei Federico II di Svevia, l'unico degli imperatori germanici del medioevo, insieme al Barbarossa, che occupi un posto riconosciuto nelle nostra storia e subito ci rimandi a immagini evidentissime: la disfatta intimagli nel 1248 dai popolani di Parma, la città di quel Salimbene che lo paragonava a un drago funesto; gli splendori della corte di Sicilia, consacrati dalla lirica della "prima scuola", di cui il sovrano medesimo era mecenate; i castelli di Puglia, gli arcieri musulmani, le donne dell'harem, le cacce col falcone illustrate nel suo trattato, il più ricco che ci resti in materia.
Immagini romantiche, però. E confluenti verso un'interpretazione convenzionale, che confina Federico in una luce araldica di crepuscolo: per chiudere con la sua figura un conflitto secolare tra impero e chiesa, e inaugurare invece il decollo della civiltà borghese mercantile culminante nel rinascimento.
L'opera di Kantorowicz rimuove ogni luogo comune. Qui l'imperatore non è segnacolo di una fase storica schematizzata, ma si muove all'interno di un complicato gioco d'azioni e di reazioni. Di lui viene rivelata, duplice e sconcertante, l'anima insieme feudale e "illuminata"; il senso feroce del potere, e lo scetticismo che a esso poneva di continuo un limite invalicabile.
Ma Kantorowicz non fa della psicologia. Riesce nel compito propostosi perché mantiene l'opportuno equilibrio tra il riconoscimento del ruolo personale di Federico come fabbricatore di storia e l'imponente materiale documentario - qui riportato per la prima volta nella sua integrità - dell'ambiente sociale e culturale, da Lubecca alla Palestina, che influì su quell'operato. Quella dello storico tedesco si è imposta così come una lezione di metodo che ha condizionato la storiografia contemporanea.

Dalla prefazione / Introduzione
Dal Capitolo primo - L'infanzia di Federico

La quarta egloga di Virgilio è la più nota profezia in versi sul Redentore che abbia l'occidente. In tale componimento, relativamente breve, il poeta, ancor prima di cantare il futuro dell'impero romano nell'epos poderoso dell'"Eneide", aveva delineato l'immagine del futuro dominatore del mondo, attribuendogli i tratti del Messia. Come un figlio degli dei avrebbe salutato la luce con un sorriso, recato pace al mondo intero e ricondotto sulla terra l'età dell'oro, il regno di Apollo. Che la predizione virgiliana si riferisse anche ad Augusto, l'imperatore della pace e protettore del poeta, non sfiorò neppure il mondo medievale; e infatti', per quel tempo cristiano, che cos'altro potevano significare quei versi profetici, se non un prodigioso annuncio dell'avvento di Cristo? Il fatto che i versi profetassero un signore, non infirmava l'interpretazione: si era usi celebrare il Cristo come re del mondo e reggitore dell'impero romano, e a raffigurarlo in tale senso: severo Pantocratore racchiuso in una mandorla, troneggiarne sulle nubi, nelle mani il globo e il libro delle leggi, e in capo il diadema. E il fatto che Virgilio, pagano, avesse conosciuto e rivelato l'avvento del Salvatore così come i profeti dell'Antico Testamento, era solo un ulteriore miracolo; e proprio la rivelazione palesata dal breve componimento acquistava al poeta la venerazione, tra ammirata e timorosa, del mondo medievale. La profezia virgiliana offrì materia e tono al canto enfatico di Pietro da Eboli, poeta campano, che celebrò la nascita del figlio unigenito dell'imperatore Enrico vi. Accanto alla culla dell'ultimo e più grande imperatore dell'impero romano cristiano-germanico stava dunque - e non è di poco significato - Virgilio.
Il dotto Pietro da Eboli non fu il solo cantore e savio che elevò profetici detti alla nascita del figlio di Enrico, avvenuta il 26 dicembre del 1194: Goffredo da Viterbo, maestro di Enrico vi, celebrò anch'egli il bambino come futuro salvatore, come colui del quale avevano parlato i vaticini, il Cesare che sarebbe venuto a compiere i tempi; e aveva già per l'innanzi oscuramente profetato al suo signore e imperatore che era destinato a suo figlio, secondo quanto predetto dalla Sibilla Tiburtina, lo scettro del mondo, sotto il quale l'occidente si sarebbe riunito all'oriente. E più tardi si narrò che il mondo intero aveva giubilato alla nascita dell'erede imperiale. Presto però si conobbero altre voci sulla nascita dell'ultimo Staufen, e assai meno benevole: dalla Bretagna, il mago Merlino aveva non solo predetto la nascita " miracolosa e insperata " del bimbo, ma altresì, con parole oscure, le calamità che ne sarebbero venute: "Egli sarà un agnello da squartare ma non da divorare, e leone furioso tra i suoi." Gioacchino da Fiore, abate cistercense calabrese, e precursore di san Francesco, riconobbe subito nel neonato il futuro castigatore del mondo e anticristo, che sarebbe venuto a confondere il mondo. Questo abate, inoltre, "di spirito profetico dotato", avrebbe assai per tempo fatto sapere all'imperatore che sua moglie, posseduta dal demonio, era gravida senza saperlo, e in ciò simile ad altre madri di eroi (Olimpia; Azia, madre di Augusto; e Herze-loide; che sognarono di portare un drago in grembo), ella pure fu avvertita da un sogno che avrebbe partorito un tizzone ardente, la fiaccola d'Italia.

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