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Tibet

Storia della tradizione, della letteratura e dell'arte

Luni
€ 24,00
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prefazione degli autori, traduzione di Giuditta Sassi.
pp. 448, nn. tavv. b/n, Milano
data stampa: 2014
codice isbn: 978887984183

Sulla sua montagna di Yarlung discese un Re divino, per mezzo di una corda celeste, unì sotto il suo comando il Tibet e ne fece un regno potente e agguerrito, temuto persino dal grande e solido Impero cinese, a tal punto che per scongiurarne il pericolo una graziosa e nobile principessa cinese venne offerta in moglie a uno dei suoi successori. È da quel momento che il Buddhismo cominciò a penetrare in Tibet e ad affermarsi sempre più ampiamente, conquistando il cuore del suo popolo estremamente determinato, abile e laborioso, disposto a compiere pericolosi e ardui viaggi e a sostenere secoli di studio e approfondimento per possederne a fondo la dottrina. Dopo la caduta della monarchia, il Buddhismo si estese a macchia d'olio sull'intero paese, ramificandosi in diverse Scuole e Ordini, e amalgamando in sé la tradizione tibetana originaria, in modo da divenire qualcosa di assolutamente unico e originale, dotato di forza tenace e di principi profondi, sentito da tutto il popolo come la propria ragione di vita, a un punto tale che persino le dominazioni straniere da parte dei mongoli e dei cinesi della dinastia Manciù lo lasciarono quasi indifferente. Le costruzioni, le opere d'arte, le sculture, i dipinti, le produzioni letterarie, erano tutte permeate dall'ideologia buddhistica, e anche in campo politico erano le autorità dei grandi monasteri che dirigevano lo Stato. Questo non impedirà tuttavia ai tibetani essere un popolo aperto e disponibile verso i visitatori stranieri e le tradizioni diverse dalla loro. Solo i contatti con il mondo moderno li spinsero a chiudersi in se stessi e respingere qualsiasi interferenza straniera; nell'isolamento in cui si vennero a trovare furono accolti completamente alla sprovvista dall'invasione della Cina rossa e nessuno Stato intervenne il loro difesa, cosicché questo paese si trova ora sul punto di perdere tutto ciò che resta della sua civiltà, con il pretesto dell'introduzione del benessere moderno.
Questo libro vuole essere una testimonianza della ricchezza della tradizione tibetana e un appello perché essa non sprofondi e non svanisca inghiottita dalla marcia vorticosa del cosiddetto «progresso». Può caratterizzare abbastanza bene lo spirito di questo scritto ciò che dicono gli autori nel loro testo: «I cambiamenti che hanno avuto luogo in Tibet nel corso degli ultimi anni sono decisamente irrilevanti di fronte alla materia di questo libro».

Scritto a quattro mani da Richardson e Snellgrove (quest’ultimo allievo di quell’onnisciente tibetologo che fu Giuseppe Tucci), questo libro ha la fondata ambizione di essere una testimonianza della ricchezza e dell’intellettualità profonda della tradizione tibetana. Esso è stato scritto per essere un appello lanciato all’«esterno», affinché non svanisca una civiltà che rischia di essere travolta dalla marcia vorticosa di quello che l’Occidente chiama «progresso».

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