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Estratto dalla Prefazione.
Più d'una volta, compiuta la sua opera maggiore, il Vico ebbe a dire con gli amici che «di tutte le deboli opere del suo affannato ingegno avrebbe voluto che sola fusse restata al mondo la Scienza nuova»: e veramente rispetto alla Scienza nuova, nella quale il suo pensiero ha assunto la forma più compiuta e definitiva, gli altri scritti hanno sopra tutto un interesse storico, se non erudito, in quanto ci permettono di seguire quel pensiero nel suo sviluppo e perciò di intenderne meglio i concetti nella loro più matura formulazione. Non per questo quegli scritti debbono essere trascurati da un lettore il quale non faccia professione di storico della filosofia: e meno di ogni altro la Vita, che della Scienza nuova è quasi un complemento, un'appendice, se si vuole, o un'introduzione, e che come tale fu concepita e composta dall'autore nell'anno stesso in cui stendeva e pubblicava i Principi d'una Scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni (1725). Quali che siano le correzioni e le aggiunte che un lettore moderno vi debba apporre a compierne l'esposizione (e quale opera storica non ne richiede senza essere per questo sminuita?), l'autobiografia del Vico rimane monumento insigne per il senso della storicità che l'ha ispirata e che trova un'adeguata espressione nella severità dello stile proprio di chi contempla l'opera propria sub specie aeternitatis.