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I Simboli nella Storia dell'Uomo


Jaca Book
Libro d'occasione, recante eventuali tracce d'uso
Disponibile in copia unica
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con contributi di Fiorenzo Facchini e Julien Ries, introduzione dell'autore, traduzione del testo di Julien Ries di di Rosa Maria Parrinello.
pp. 240, riccamente ed interamente ill. a colori, Milano
data stampa: 2002
codice isbn: 900000001577

Dall'introduzione dell'autore:
«li termine "simbolo" deriva dal greco symbolon, che designa, in origine, un segno di riconoscimento ottenuto spezzando un oggetto in due frammenti. Due persone che, allontanandosi, volessero conservare una traccia o una prova del loro rapporto, potevano trattenere ciascuna una parte dell'oggetto. Quando poi si fossero riviste (oppure i loro eredi o i loro emissari avessero avuto occasione di rincontrarsi) avrebbero potuto riunire i due frammenti, a ricordo e testimonianza delle relazioni che le avevano legate. Platone, nel Simposio (190-191), narra un mito secondo il quale Zeus, per punire gli uomini, li avrebbe tagliati in due parti, senza mai più ricomporli. Da allora, scrive il filosofo, ognuno è symbolon di un uomo: è la metà mancante di una totalità della quale va in cerca.
Non è il caso di ripercorrere la storia del termine nella terra in cui ha avuto origine: su di essa ci si soffermerà sommariamente nel capitolo dedicato ai Greci. Va solo segnalato che l'etimologia consente già di indicare alcuni tratti del simbolo che, nei secoli successivi, saranno valorizzati. li primo è il rinvio ad altro: l'oggetto simbolico prende senso nel momento in cui lo si considera di per sé insufficiente, lo si intende come parte di qualcosa che sta altrove e a cui esso rimanda. li simbolo, scrive Umberto Galimberti, «evocando la sua parte corrispondente, rinvia ad una determinata realtà che non è decisa dalla convenzione, ma dalla ricomposizione di un intero». Un secondo tratto è il carattere unificante: il simbolo concilia le differenze, mette in comunicazione, media realtà diverse, eterogenee, anche contrastanti. È stato messo in evidenza come il suo opposto sia il termine diabolos, che, in qualità di aggettivo, significa "calunnioso", "denigratore", "mendace" e in qualità di sostantivo maldicente, calunniatore e, quindi, diavolo.
Gli scrittori cristiani antichi di lingua greca usano il vocabolo symbolon con il senso di stendardo, emblema, portento, segno, ma lo impiegano anche - e soprattutto con una accezione religiosa: il significato degli atti liturgici, il tipo, l'immagine delle realtà celesti, la formula rituale e sacramentale, l'acqua del battesimo, l'olio santo, l'acqua e il vino prima della consacrazione, le sacre specie dopo di essa sono per loro symbola. Uno dei sensi di simbolo che - nel cristianesimo - si impongono maggiormente è poi quello di «segno di riconoscimento fra cristiani» e quindi, di conseguenza, di formula che esprime sommariamente le verità della fede. Si parlerà, dunque, di simbolo apostolico, o di simbolo niceno-costantinopolitano, ad indicare il credo. Il significato di «rappresentazione visibile dell'invisibile», comunque, s'impone; questo avviene anche nella letteratura cristiana latina, a partire dal IV secolo. Nel VI si sviluppa una vera e propria teologia simbolica, influenzata dal neoplatonismo, grazie a Dionigi Pseudo-Areopagita. La verità può essere, secondo l'impostazione di questo autore, trasmessa in maniera logica oppure simbolica. li simbolo spinge all'estremo l'inadeguatezza dell'immagine ad esprimere il sacro e così si dimostra essere il mezzo più opportuno per rivelarlo, perché il vero è invisibile, illimitato, inattingibile e non è possibile dire ciò che è, ma soltanto ciò che non è.[…]»

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