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Ignazio di Loyola, solitamente considerato come tipica personalità occidentale, è visto questavolta con occhi orientali, alla luce dell'insegnamento dei Padri del deserto, dei grandi maestri greci, siriaci, russi. Dall'incontro operato da questo libro fra spiritualità dell'Est e dell'Ovest cristiano - e in realtà sono sempre stati proprio i libri spirituali ad attraversare le barriere fra cristiani separati - emergono alcuni momenti essenziali dell'insegnamento ignaziano, ma emerge soprattutto l'aspetto antropologico della perfezione cristiana: l'uomo come «creato da Dio». Un concetto questo, awerte l'Autore, che ha bisogno di essere ritrovato nella sua profondità spirituale, così come lo vedevano i Padri. La creazione, infatti, in questa prospettiva, non è una produzione meccanica, ma una chiamata, una parola indirizzata all'uomo.
Ne segue che l'uomo è essenzialmente dialogale con Dio, sia nel suo pensare che nel suo agire. La società consumistica ci ha fatto dimenticare che Dio ha messo davanti ai nostri occhi «il grande spettacolo dell'universo» perché lo ammiriamo e lo contempliamo spiritualmente. Pertanto anche quando l'uomo vi mette le mani per modificarlo, la sua opera deve assomigliare all'arte dell'iconografo, il quale vede e fa vedere ciò che vi è di sacro, purificando e illuminando le realtà materiali, affinché diventino teofaniche e il dialogo tra I'uomo e Dio si estenda anche ad esse.