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Contemplando un cielo illunato, sostando sulla soglia ombrosa di una grotta, risalendo il corso di un fiume fino alle sue sorgenti, traversando un sentiero boscoso, non percepiamo ancora oggi il sentimento del sacro, il brivido di una presenza misteriosa? Nacquero così, nell'antico mondo italico, ben prima che Roma facesse la sua comparsa, il culto delle fonti e dei boschi, l'animata religione delle ninfe che abitavano i tronchi degli alberi o le rive erbose di un corso d'acqua. E come potrebbe il lettore che si avventurasse per caso tra le pagine di questa antologia, e che si imbattesse nel luminoso inno a Venere di Lucrezio, nel canto cosmogonico della sesta bucolica di Virgilio, nelle sacre selve laziali di Ovidio, nella celebre pagina pliniana sulle fonti del Clitumno o nel bosco ibleo del Pervigilium Veneris, non partecipare stupito alla sacra manifestazione del mondo naturale? E come, questo lettore, potrebbe restare indifferente dinanzi ai versi aspri e barocchi di Lucano, là dove descrive Cesare mentre ordina, ai soldati impauriti, di abbattere a colpi di scure un bosco, sacro e inviolato, di Gallia?