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Nel Regno di Dioniso


Libro d'occasione, recante eventuali tracce d'uso
Disponibile in copia unica
€ 35,00
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terza edizione.
pp. 264, 41 tavv. b/n f.t., Milano
data stampa: 1953
codice isbn: 900000003884

«La commedia attica antica, la fata che sul teatro di Diòniso si presentava tutta luminosa, fra uno svariare di vesti versicolori, un armonioso intreccio di danze, un'onda di versi e di musiche meravigliose, ebbe umilissime origini. Il mondo è stato sempre lo stesso, anche la veneranda antichità, dico male, la veneranda antiquitas, che la tradizione accademica e la filologia scientifica, quella autentica, alla tedesca, che non vede un pollice oltre le nari, ci presentano senza colori e senza sorriso, irrigidita, mummificata in una guaina di codici. E sin dai tempi antichissimi, nei villaggi e nelle città di tutto il mondo greco, si poteva vedere questo spettacolo. Un grosso carro, tratto da cavalli o ,da muli, e carico di attrezzi, attraversava le strade, e si fermava sulla piazza principale, accompagnato dai ballonzoli, dalle capriole, dalle grida di giubilo dei monelli: I buffi, i buffi!
Non dicevano buffi, naturalmente: usavano nomi diversi nelle diverse regioni. Dicelisti (mimeti) in Laconia, fallofori a Sicione, dilettanti a Tebe, altrove autocabdali o sofisti, in Italia fliaci. In conclusione, erano pulcinelli.
Scendevano dal carro, costruivano in fretta e furia un palcoscenico minuscolo e relativamente alto, chiuso in fondo da una scena rudimentale, comunicante sul davanti col terreno, mediante una scaletta. Gli attori si nascondevano e si abbigliavano di dietro. E, cominciata la farsa, alcuni, quelli che si supponeva stessero in casa, entravano dal fondo: altri, che si figurava giungessero di lontano, facevano un piccolo giro e salivano per la scaletta.
E quale era il repertorio di questi girovaghi? Un antico scrittore (Sosibio in Ateneo) ci dice che imitavano dei ladri di frutta o un medico forestiero che veniva ad incantar la fiera. Altro si può scavizzolare dalle commedie di Aristofane e dai frammenti degli altri poeti comici. E la ricerca sarebbe tutt'altro che priva d'interesse; ma ci porterebbe per le lunghe. E d'altra parte non occorre soverchio sforzo di fantasia per farsi un'idea di quelle rappresentazioni: basta pensare al teatrino dei pupi, che, anche ai giorni nostri, va girando un po' per tutta l'Italia. Viene un signore, un tipo, o ghiottone, o spilorcio, o sciupone, o prete, o capitan fracassa, o quel che sia, e fa la sua brava chiacchierata. Sopraggiunge un altro che sarà il buffo, pulcinella, arlecchino, o quel che vi piaccia. Dialogo, discussione, e legnate, legnate, legnate. La commedia è finita.
Queste umili farse furono gl'incunaboli della commedia. Epicarmo, il poeta siciliano che primo elevò il genere a dignità d'arte, Cratino, padre della commedia attica, e poi Aristofane, Eupoli, e giù giù tutti gli altri commediografi, attinsero a larga mano al repertorio della farsetta popolare; ma l'arricchirono dii tali elementi, e la rivestirono di tali forme, che nel complesso le loro composizioni riuscivano tutt'altra cosa dalla modestissima progenitrice.[...]»

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