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Il «ludus» romano non è più «agón», come lo avevano inteso i Greci, ma è ricerca esclusiva dello spettacolo. Oggi è di moda cogliere nell'antico i germi di alcune delle degenerazioni dello sport moderno: il professionismo, ad esempio, anticamente l'unica manifestazione presente in una società in cui non era concepibile il dilettantismo; il tifo esasperato che diventa violenza, come nell'anfiteatro di Pompei nel 62 d.C. o nel circo di Tessalonica nel 391; il fenomeno delle scommesse e della corruzione degli atleti; le cifre iperboliche guadagnate da alcuni «divi» del circo; e talvolta anche l'uso di sostanze o diete particolari per gli atleti, come ci attestano gli scritti di lppocrate e di Gàleno. Ma lo sport inteso quale svago e diletto disinteressato e gratuito, ricreazione dell'animo rispetto alle fatiche del vivere quotidiano, non è presente presso gli antichi. Tanto meno a Roma, dove l'esercizio fisico ha soprattutto valenze militari, rituali, spettacolari e igienico-terapeutiche.