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Il Medico di Oggi è Nato in Egitto

Alle origini del pensiero medico moderno

Piccin
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prefazione di Gilberto Corbellini.
pp. 150, 19 tavv. a colori f.t., Padova
data stampa: 2015
codice isbn: 978882992739

Dalla prefazione di Gilberto Corbellini:
«È raro leggere studi italiani di storia della medicina che riescano a tracciare mappe cognitive del pensiero medico non scontate e, allo stesso tempo, solidamente fondate su ragionamenti che, usando competenze sia filosofiche sia mediche, intrecciano creativamente dati filologici, storici, archeologici, antropologici e sperimentali. Il libro di Paola Cosmacini sulle radici antico-egizie della razionalità medica occidentale è un esemplare importante ed eccellente dell’insieme categoriale, a mio giudizio alquanto rarefatto, degli studi che applicano al meglio gli strumenti dell’indagine storica e il metodo razionale, segnando così un punto di svolta nella storiografia in lingua italiana relativa alla medicina egizia antica. Dopo questo libro non sarà più possibile scrivere o insegnare che la medicina naturalistica occidentale nasce in Grecia con le scuole di Cnido e Kos, perché Paola dimostra come le idee portanti delle scuole mediche, che nel mondo greco classico si staccavano dalla tradizione magico-teurgica, derivassero dalla sapienza egizia, e come i medici ippocratici in particolare abbiano svolto una funzione principalmente di amplificazione e di «pulizia dal rumore» dei temi religiosi e superstiziosi.
Il rapporto che l’Occidente, e in particolare chi ne apprezza le qualità civili e morali conquistate soprattutto con la modernità, tende a instaurare con l’Egitto antico è ambivalente. La vicenda di Freud, con la sua ricerca dell’origine del monoteismo giudaico in una specifica finestra della storia politico-religiosa di quel mondo, sta a testimoniare di una relazione intellettuale con la civiltà egizia che può essere lacerante. Si pensi, inoltre, all’annosa questione delle caratteristiche etniche, o come si diceva nell’Ottocento «razziali», degli egiziani che diedero vita al lungo periodo dinastico: fu condotta una sorta di battaglia ideologica nell’età vittoriana per dimostrare che le popolazioni da cui si era sviluppata una civiltà così lussureggiante, anche intellettualmente, non erano negroidi. Oggi ci sentiamo forse temporaneamente pacificati, almeno all’interno dei privilegi che consente la libera ricerca intellettuale, di fronte a informazioni che descrivono l’emergere lento ma inesorabile di un pensiero razionale con chiare connotazioni naturalistiche e pragmatiche lungo gli oltre tremila anni di storia conosciuta. Una storia che si trascinava appresso esperienze culturali, quindi pratiche e speculative, che affondavano però le radici in almeno altri ventimila anni di cambiamenti adattativi che le popolazioni di cacciatori-raccoglitori e orticoltori avevano sperimentato prima di essere costrette, dai cambiamenti ecologici che interessarono le regioni sahariane, a scoprire i vantaggi demografici ed economici di stabilizzarsi lungo la Valle del Nilo per sfruttarne il potenziale di fertilità dei terreni. Una visione profonda della storia umana, che tenga conto del fatto che, prima dell’età moderna, in mille anni si susseguivano rapidamente oltre cinquanta generazioni le quali si applicavano incessantemente e intelligentemente alla soluzione di problemi pratici tra i quali c’erano anche la spiegazione e il controllo delle malattie e del dolore, aiuterebbe a capire come ci siano stati tutto il tempo e i modi perché non poche importanti scoperte e isole di conoscenza si potessero creare e trasmettere, almeno dopo l’invenzione della scrittura. In modo particolare, in un contesto abbastanza unico per ricettività di influssi genetici e culturali come quello che caratterizzava la realtà dell’Egitto preistorico e dinastico, e con espansioni e contrazioni intermittenti delle esperienze anche di indipendenza individuale dalla pervasività del potere politico.
Dispiegando erudizione e comprensione dei temi a trecentosessanta gradi, Paola Cosmacini dimostra che i medici egizi erano un’evoluzione già avanzata della figura dello sciamano, con la capacità di far leva sia su competenze tecniche sia su credenze popolari e atteggiamenti emozionali (quelli che oggi spiegano il cosiddetto effetto placebo) per portare sollievo ai sofferenti. Inoltre, quei medici disponevano di segni clinici già abbastanza avanzati per sviluppare quella strategia prognostica che si collocava a metà strada tra la divinazione e la previsione. Quella medicina o cultura riteneva che il cuore fosse il motore della vita, in senso fisiologico, emozionale e raziocinante, e ne esaminava le manifestazioni fenomeniche periferiche, come il polso arterioso, con un’idea embrionale di misura di un dato clinico quantitativo del sistema cardiovascolare.
Non meno convincente è la dimostrazione che la medicina egizia aveva già elaborato un concetto funzionale della salute e della malattia, e che tale concetto si incardinava su una nozione sociale di benessere come equità o ordine. Nulla di nuovo sotto il sole della civiltà greca, quindi. Non proprio. E Paola fa capire che cosa le scuole mediche ippocratiche e post-ippocratiche hanno apportato di veramente originale rispetto alle medicine che conservavano ancora forti impronte preternaturalistiche.
Questo libro è un illuminante viaggio alle origini epistemologica medica naturalistica che, secondo una celeberrima definizione di Canguilhem, risponde alla necessità di generalizzare i dati dell’esperienza per aumentare il potere di controllo e intervento sui processi morbosi, e che ha permesso e permette di veder nascere dai problemi contingenti della cura dei malati e del sollievo delle sofferenze, conoscenze fondamentali che ulteriormente migliorano la capacità del medico di trattare e prevenire le condizioni che minacciano la salute.»

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