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San Bonaventura si diceva indegno e incapace di scrivere intorno a un uomo come san Francesco (1181-1226) e non avrebbe posto mano al lavoro, se non fosse stato spinto dalle premure dei confratelli, dalle istanze del capitolo generale di Narbona e, soprattutto, dall'amore e dalla gratitudine che doveva al serafico padre. Ed è uscita così dalla sua penna un'opera eccellente, un inno squillante di verità e di bellezza e soffuso d'una grazia inesprimibile. Aveva ragione S. Tommaso di esclamare, quando lo trovò tutto solo, chiuso nella sua celletta, intento nel suo lavoro: «Sinamus sanelum pro sanelo laborare» (Lasciamo che un santo scriva di un altro santo). Il Dottore Serafico ha conosciuto la virtù di Francesco, anche per averla sperimentata in se stesso, nel corpo e nell'anima. E con l'intuito proprio dei santi ha letto nel suo pensiero, nel suo cuore, e l'ha meglio d'ogni altro interpretato. Un panegirico, chiamano alcuni la Legenda major. Sì, per la sua bellezza, che contiene però tutta la verità e rimane pur sempre una delle primissime e più autorevoli biografie del Poverello d'Assisi.