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Francesco M. Taliani, ambasciatore d'Italia in Cina dal 18 ottobre 1938 all'8 settembre del 1943 quando, per aver confermato la sua lealtà al Sovrano, venne internato dalle autorità giapponesi, descrisse i due anni sofferti come semplice civile nel campo di concentramento di Rubicon Road a Shanghai nel suo: È morto in Cina.
Oggi in questo Dopoguerra a Shanghai descrive la sua grama esistenza dopo la liberazione, quando, uscito appena da gravissima malattia, non più protetto dalle guarentigie diplomatiche, si ritrovò solo, guardato con gelida indifferenza dagli alleati, con rancore e sospetto dai nazionalisti cinesi.
Nei giorni di quella tragica «liberazione», in quella Shanghai che, affamata e miserabile, si ubriacava di vittoria, non trovò comprensione che tra pochi cinesi rimasti fedeli, tra stranieri di sangue misto, tra russi che erano stati suoi compagni a Pietrogrado nel '17 e che ora, decaduti al livello dei cinesi più poveri, vivevano di espedienti, di alcool e di ricordi. Questi russi che un tempo, per pudore, non avevano osato avvicinarsi all'ambasciatore, ora lo ritrovavano come per un richiamo, forse perchè la loro condizione si avvicinava alla sua. E, a vicenda, cercavano di dimenticarsi nel passato lontano...