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Accolto nel peggiore dei modi dalla città di Antiochia, detestato per la pretesa di far risorgere i culti degli dèi pagani, ormai travolti dal cristianesimo, e infine deriso per la sua ispida barba, simbolo di una vita consacrata alla filosofia, allo studio e a una religiosità severa e intransigente, l'imperatore Giuliano l'Apostata reagisce in modo sorprendente: scrive di getto L'odiatore della barba, un'amara satira contro quella città ingrata e incapace di comprendere le vere radici della virtù e della religione. In questo testo, amato dal Leopardi e assolutamente atipico, si fondono amarezza, erudizione, virtuosismo retorico e volontà di riscattarsi agli occhi di un popolo refrattario a ogni senso del dovere e della virtù; di capitolo in capitolo, l'imperatore-filosofo conduce un'appassionata autodifesa del proprio operato scavando nei lati più riposti del proprio animo, soprattutto nella solitudine degli anni di formazione, trascorsi in esilio, e nelle speranze suscitate, in lui dagli scritti della grande letteratura greca e dalle opere di Platone, da cui fu formato e ai cui insegnamenti si affidò come a quelli dei genitori che aveva tragicamente perduto.