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I Zingani


Disponibile in copia unica
€ 20,00
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pp. 184, Roma
data stampa: 1960
codice isbn: 900000001419

"Anonimo" sul serio, l'autore di questo romanzetto
galante. Non escludo che, con accurate ricerche, si possa finire per individuarne l'autore, o gli autori. La supposizione che si tratti del rifacimento, della rielaborazione, dell'adattamento di una storia francese o veneziana, potrebbe risultare non priva di fondamento. " Napoletano", diciamo questo "anonimo", in senso lato: meglio si direbbe campano, ché doveva essere un irpino o un sannita, e forse un abate o qualcuno che abbia avuto commercio o frequenza coi benedettini di Montevergine.

La scrittura è certamente della seconda metà del secolo decimottavo. Anche il Regno di Napoli partecipava al nuovo clima del "secolo dei lumi". A Carlo di Borbone, restauratore dell'autonomia dello stato meridionale, era succeduto il figlio secondogenito, Ferdinando IV, sotto la reggenza del toscano Bernardo Tanucci. Al giovane re venne data in moglie Maria Carolina, figliuola di Maria Teresa. Nella corte napoletana fu grande ed intenso il movimento di idee, l'agitazione dei problemi, la discussione sulle cose nuove. I gusti di Parigi e di Vienna si riflettevano direttamente a Napoli, esercitandovi una influenza profonda. I Borboni mandavano nelle grandi capitali straniere, come ambasciatori, degli hommes d'esprit, come l'Abate Galiani o Domenico Carrocciolo. La scuola musicale napoletana faceva centro nel mondo. Le antichità pompeiane ed ercolanesi alimentavano le mode à la grecque e à la romaine che già fervevano a Parigi. Il re, lo stesso ignorante Ferdinando IV, promuoveva a San Leucio una piccola repubblica sperimentale operaia e comunista, della quale il filosofo Gaetano Filangieri scrisse la costituzione.

Non ci si deve, dunque, meravigliare che in quel clima e in quell'ambiente si componessero romanzetti "spinti" come I Zingani, (erano così chiamati, nel Settecento, gli zingari o tzigani,) pieni di malizia sotto il tumulto di una innocente fantasia. L'"anonimo" autore di questo racconto, ha insinuato nella sua narrazione, tra volterriana e casanoviana, delle venature di perversità che la fanno quasi moderna.

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