Già la grande agiografia scientifico-testuale, sugli inizi di questo secolo, ebbe modo di appurare che, a sostenere la continuità del culto di un Martire, concorrevano tre elementi: il nome; la data del martirio e quindi della relativa memoria liturgica; il luogo della tomba. Questi offrivano il criterio per appurare la veridicità di un culto, una memoria, una tradizione: cosa che stava a cuore alla agiografia positiva, giustamente preoccupata di escludere dai breviari, dai passionari, dalle devozioni popolari tutto quanto potevasi incontrare di infondato e quindi d'inautentico.
Infatti l'enorme fame popolare di nomi santi, di reliquie, di luoghi in cui far festa rappresentava fenomeno così vasto e incontrollato, da destare la preoccupazione dei dotti e egli ecclesiastici illuminati: tanto più che un forte movimento liturgico tra Ottocento e Novecento avvezzerà i messalizzanti all'uso del messalino festivo e il culto del Sacro Cuore andava educando i devoti al gusto sacro del cristocentrismo eucaristico.