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Il Fardello dell'Identità

Le radici ebraiche

Medusa
€ 16,00
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traduzione di Diego Varini, cura e introduzione di Roberto Peverelli, con saggi di Georges Bataille e Paul Giniewski.
pp. 160, Milano
data stampa: 2014
codice isbn: 978887698299

Marsiglia, autunno 1940. Simone Weil scrive una lettera al ministro dell'Istruzione della Francia di Vichy, Jérôme Carcopino, in polemica con lo "Statut des Juifs", di cui mette in luce incoerenze e assurdità, e afferma con forza la propria estraneità alla tradizione ebraica. Il tono con cui rivendica questa estraneità spiega, almeno in parte, anche uno dei suoi scritti più controversi, steso durante gli ultimi mesi di vita, a Londra, mentre lavorava per "France Libre": sono pagine di commento a un testo prodotto da una delle organizzazioni della Resistenza attive nella Francia occupata dai tedeschi. In esse Simone Weil approva le proposte xenofobe e antisemite di questa organizzazione della destra politica, suggerendo di procedere certo in modo non brutale, ma con l'adozione di misure discriminatorie (per esempio impedendo agli ebrei di insegnare nelle scuole), l'imposizione di un'educazione cristiana, l'eventuale privazione della nazionalità francese. Questa estraneità personale all'ebraismo, però, si alimenta nella Weil anche di una serie di ragioni teoriche, ovvero teologiche. In alcuni scritti stesi tra Marsiglia e New York, per la prima volta riuniti in questo volume, Simone Weil ritorna ossessivamente sulla differenza radicale che, a suo dire, separa e isola Israele dagli altri popoli del Mediterraneo antico. L'unicità di Israele, ai suoi occhi, sta tutta e solo nel suo rifiuto caparbio della 'idea del divino che dagli egizi si diffonde in tutte le altre culture mediterranee.
Il Dio di Mosè è l'Onnipotente che promette ai credenti, in cambio della loro fedeltà, regni e ricchezze. Condotti da questo Dio e da suoi profeti, la storia di Israele è fatta di massacri e ferocia, è la storia di un'idolatria che trova compimento ed esito nell'idea, per la Weil detestabile, del popolo eletto. Difficile leggere queste pagine senza provare imbarazzo. In realtà, non senza incomprensioni, la Weil affronta la questione ebraica con la stessa libertà di spirito e di pensiero con cui negli anni Trenta aveva smontato e demolito, dall'interno del movimento sindacale e operaio, mitologie e speranze infondate. Resta in ogni caso difficile sottrarsi all'impressione che in alcuni passaggi della sua critica la Weil non fosse del tutto consapevole del terreno incerto, scivoloso in cui la ricerca della verità ci precipita.

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