Ci furono dei tempi che la filosofia godeva spiccatamente l'interesse generale. Passando di molto i confini d'una occupazione di classe era diventata una forza pubblica, con la quale chiunque pretendesse d'esser colto soleva cercare e trovare un apporto interno. La brama di conoscenza e di sapere, il desiderio di pace e felicità, la speranza di eternità e beatitudine, il bisogno di regole e precetti per il fare e l'agire si rivolgevano alla filosofia e ne avevano sodisfazione. Così essa determinava in larga cerchia il modo e lo svolgimento della vita intellettuale ed era senz'altro considerata come il frutto più ricco di tutte le aspirazioni ideali. Le arti e le scienze si schieravano intorno a lei per riceverne l'impulso. Sembrava che coltura e civiltà partissero da lei o almeno venissero per sua influenza promosse e accresciute, ingentilite e consacrate. Tali tempi furono per la Germania il secolo XVIII e il principio del XIX.
Nella seconda metà del secolo XIX vi si avvertì un completo mutamento. Pareva che la filosofia avesse già esaurito il suo compito. Sebbene in generale non si arrivasse a tanto da tollerarla solamente come un'eredità di tempi trascorsi, tuttavia aveva dovuto cedere il governo della vita intellettuale ad altre potenze. Del tempo che seguì le guerre d'indipendenza il Treitschke poteva dire che una nuova filosofia destava molto più interesse che un avvenimento politico. Certo nessuno storico vorrà applicare queste parole ai decenni che seguirono.
Ora, si potrebbe affermare che ciò non sia stato la conseguenza dei mutati interessi, della trasformazione del popolo di pensatori e poeti, dei Tedeschi cioè, detti beffardamente da Napoleone I «ideologi », in un popolo politicamente considerante e operante; bensì anche e precipuamente la conseguenza del fatto che non si creò nè insegnò alcuna filosofia degna di un tale più profondo interesse. Se i filosofi stessi preferivano scrivere la storia della loro scienza, se attenendosi ai grandi del passato si davano a far indagini sistematiche, non potevano aspettarsi di sodisfare ai vivi bisogni del loro tempo nè di poter suscitare vivo interesse per le loro aspirazioni. E poi si poteva fare alla filosofia moderna quest'obiezione: che essa stessa aveva abbandonato la superba pretesa di dominare la cultura intellettuale...
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Ci furono dei tempi che la filosofia godeva spiccatamente l'interesse generale. Passando di molto i confini d'una occupazione di classe era diventata una forza pubblica, con la quale chiunque pretendesse d'esser colto soleva cercare e trovare un apporto interno. La brama di conoscenza e di sapere, il desiderio di pace e felicità, la speranza di eternità e beatitudine, il bisogno di regole e precetti per il fare e l'agire si rivolgevano alla filosofia e ne avevano sodisfazione. Così essa determinava in larga cerchia il modo e lo svolgimento della vita intellettuale ed era senz'altro considerata come il frutto più ricco di tutte le aspirazioni ideali. Le arti e le scienze si schieravano intorno a lei per riceverne l'impulso. Sembrava che col
Descrizione
Dettagli del prodotto
- Editore
- Fratelli Bocca
- Autore
- Külpe Osvaldo
- Disponibilità
- 1 Libro
- ISBN
- 6722