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Il Segreto di Federico II

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Oltre il castello, oltre il monte

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prefazione e introduzione degli autori.
pp. 184, 40 tavv. b/n f.t., nn. ill. b/n, Galatina
data stampa: 1988
codice isbn: 6886

Castel del Monte, per dirla con Heberhard Horst, non si riduce ad "una fabbrica ideale senza alcuno scopo", né tanto meno fu relegato a residenza di caccia o di piacere. In quel libro di pietra, invece, Federico II di Svevia (1194-1250) ebbe modo di celare, circa 750 anni fa, un segreto sorprendente. Sicché, in un castello-crittogramma, rapportato con magistrale esattezza ai ritmi astronomici, al corso delle stagioni, addirittura allo spostamento dell'asse terrestre, l'Imperatore staufico non indicò - grazie a maestranze cistercensi che ne garantirono l'impeccabile edificazione - il solo scorrere del tempo, poiché se ne servì emblematicamente per segnalare un percorso tanto elaborato, enigmatico e labirintico da approdare in una stanza nascosta al centro della piramide di Cheope.
In prima battuta, l'assunto sfiorerebbe senz'altro l'incredibile, ma i calcoli non lasciano spazi a dubbi, considerando pure gli stretti legami di amicizia che intercorsero tra lo Svevo, puntualmente bollato dalle scomuniche papali, e il Sultano d'Egitto; legami sui quali ha indugiato di frequente la storiografia federiciana e che consentirono al Puer Apuliae uno studio quanto mai appassionato di quella lontana civiltà, della sua originaria cultura e, nientemeno, della sua misteriosofia.
L'opera, il cui taglio divulgativo presenta necessariamente una nutrita parte dedicata a numeri e calcoli, appura come le ombre del castello pugliese indichino misure riguardanti - con palmare precisione -la Grande Piramide di Giza, dalla circonferenza che origina in pianta il simbolico Graal dell'architettura di Federico (232,434 metri pari al lato di base della piramide), all'altezza in cui vanno ad incrociarsi altre ombre (74 metri, appunto quella relativa all'inesplorata "camera" di Cheope): un'indicazione, quest'ultima, che, espressa nell'antica unità di misura egiziana in uso attorno alla IV dinastia, equivale a 117 cubiti sacri. Lo stesso valore numerico ritorna poi nelle 117 feritoie di Castel del Monte "di cui nessuno finora era riuscito a spiegare l'utilità né la disposizione" (G. Zaccaria).
L'opera, corredata con dovizia di piante, schemi illustrativi e tavole fotografiche, affronta anche i molti interrogativi che emergono da una differenziata rilettura dell'Hohenstaufen, uno dei più illuminati uomini di potere del XIII secolo, insospettatamente legato ad un imperium, appunto quello di estrazione egizia, che lo precedette di migliaia di anni. Da tale punto di vista, le ipotesi prestano il fianco a varie interpretazioni sul campo, ma sembra ragionevole supporre che la camera occultata nella montagna di pietre fatta erigere da Cheope sia servita a preservare, al di là dell'eventuale sepoltura dello stesso faraone e dell'annesso corredo funerario, qualcosa di scritto: una segnalazione custodita in un punto della piramide ritenuto inaccessibile che riconduce, forse, alle radici più profonde del sapere umano, della sua fede, del suo destino.
I risultati fin qui conseguiti danno corpo ad un "progetto" sbalorditivo, rifiutabile solo dall'ortodossia di opinioni incapaci di scandagliare orizzonti apparentemente fantasiosi che, comunque, metteranno a dura prova i limiti della coincidenza: una coincidenza già suffragata con cauto ottimismo da una prima spedizione scientifica in Egitto (novembre 191:17).

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