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La Religione Egizia


Il Saggiatore
Libro d'occasione, recante eventuali tracce d'uso
Disponibile in copia unica
€ 30,00
Quantità

traduzione di Gustavi Glaesser e Wanda Perretta
pp. 490, 56 tavv. a colori e b/n in appendice, Milano
data stampa: 1968
codice isbn: 5659

«Nella storia delle religioni, Dio è un frutto tardivo». Una simile affermazione, per quanto sconcertante, è dovuta a una delle massime autorità in materia, e trova conferma anche in questa ricostruzione storica dell'antica religione egizia: dal primo affacciarsi dell'idea di «potenza»; che ancora appartiene alla lunga preistoria «magica» dell'istanza religiosa, fino alla storia mitica, fino a quando il dio diventa un «tu» di fronte all'uomo, che lo fa esistere in primo luogo nominandolo, e poi individuandolo attraverso l'immagine (e quindi l'espressione artistica). È con l'immagine, come incarnazione della Potenza stessa, che l'uomo intrattiene il suo dialogo; vi fa confluire le proiezioni delle sue esigenze e dei suoi desideri, vi riconosce l'oggetto capace di placare la sua angoscia esistenziale. Al formarsi dell'immagine corrisponde del resto, nella letteratura sacra egizia, un mutamento degli attributi divini: da «potente», il dio diventa «bello», acquista quindi un volto e una forma peculiare. E, tuttavia, gli dèi egizi non divennero mai «personaggi» alla maniera degli dèi greci, animati di vita propria, di una propria inconfondibile individualità. A differenza delle divinità greche, gli dèi egizi conservano sempre una certa indefinita mutevolezza di forme, tale da poter accogliere via via quelle diverse esigenze di divinità che si venivano configurando nella mente dell'uomo, nel cono della sua indagine speculativa sul mondo, le sue origini, il suo destino. Le divinità locali sono infatti sempre partecipi di divinità cosmiche, e queste a loro volta immanenti in ogni forma di vita: così l'uomo ne avverte l'esistenza ovunque, nella pietra inanimata come nell'albero, nell'animale, come in se stesso. È tale presenza a ispirare la «Maat», la linea diritta dell'agire quotidiano, non mai racchiusa entro principi minutamente moralistici, ma proposta dall'immanenza ovunque sensibile del divino, che definisce incessantemente, per una sorta di rapporto dialettico, l'uomo, il quale a sua volta la defìnisce, poichè ogni azione si compie sotto il segno del «sacro».


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