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Il Libro di Catullo

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Libro d'occasione, recante eventuali tracce d'uso
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introduzione, testo e commento di M. Lenchantin De Gubernatis
pp. XCII-286, Torino
data stampa: 1966
codice isbn: 900000001455

Lo scopo di un commento a Catullo dovrebbe essere quello di avvicinare il lettore al pensiero vivo del poeta, togliendo di mezzo le difficoltà al pieno godimento dei suoi carmi che irradiano tuttora il calore di un'anima.

A raggiungere cotesto scopo, verso il quale anch'io ho indirizzato i miei sforzi, hanno contribuito buoni ed anzi ottimi commenti e studi di cui, come era mio diritto e dovere, mi sono servito, sebbene non abbia mai rinunciato a ripensare ogni cosa con la mia mente.

Nel primo capitolo dell'Introduzione mi sono anche proposto di determinare i coefficienti che, senza essere fonte diretta di poesia, riverberano su di essa una luce particolare. Negli altri capitoli ho trattato di questioni di carattere tecnico che non possono essere trascurate, giacchè conferiscono indirettamente alla piena conoscenza dello scrittore quale risulta nella realtà storica.

La restituzione del testo catulliano ormai ha raggiunto, nelle sue grandi linee, un grado difficilmente superabile in confronto almeno alla tradizione manoscritta di cui disponiamo. Rimangono ancora passi guasti o lacunosi che la critica congetturale può tormentare con risultati incertissimi. Veda il lettore se, dove ho proposto nuovi supplementi o correzioni, io non abbia avuto la mano troppo ruvida e pesante. In quanto al v. 8 del c. 2. un sostegno alla mia ipotesi trovo in un passo di Meleagro senza dubbio noto al nostro poeta.
Non poco restava a fare per l'esegesi: ma non mi lascio lusingare dalla speranza che le mie interpretazioni vengano accolte senza contrasto.

Per l'ortografia, il solo criterio ragionevole da seguire in un testo basato su tradizione tardiva ed intorbidata è di non allontanarsi, con le debite cautele, dai mss., cercando di stabilire volta per volta, anche attraverso gli errori, quali fossero le grafie autentiche, senza postulare l'esistenza di norme inderogabili in tempi in cui l'uso era oscillante e incerto. A questo proposito, mi sia lecito richiamarmi alle osservazioni di Remigio Sabbadini che, messe a confronto due lunghe iscrizioni, la lex municipalis e la lex genetiva, derivate da autografi di Cesare, dimostrava, con la forza di fatti incontrovertibili, che l'uniformità ortografica era allora e anche dopo inesistente, giacchè l'ortografia attraversava un periodo caotico tanto che gli autori «dalla mattina alla sera potevano trovarsi in contraddizione con se stessi». Se Cesare fervente analogista, ha scritto tuerei e tueri, advehei ed advehi, foidere e foedere, maxumam e maximam, mortuom e mortuum; se Virgilio, fiorito in epoca in cui l'uso letterario si andava assestando, adoperava cum e quom nel medesimo venso (georg. 1, 310) e in due versi consecutivi, come attesta anche Gellio, tres e tris (Aen. 10, 350), dovremo noi meravigliarci che Catullo abbia alternato karus a carus, sequntur a secuntur, qui (dat.) a cui, voster a vester, la desinenza -ei a quella in -i, divom a divum, forme assimilate a non assimilate?

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