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Bhagavadgîtâ

(Il Canto del Beato)

Disponibile in copia unica
€ 20,00
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prefazione degli editori, traduzione in ottava rima di Michele Kerbaker pubblicata a cura di Carlo Formichi e Vittore Pisani.
pp. 66, 1 tavv. b/n f.t., Roma
data stampa: 1936
codice isbn: 2055

Dalla prefazione degli editori:
“La Bhagavadgîtâ, intercalata nel sesto libro mahâbhâratiano dal titolo Bhîshmaparva, viene ad interrompere la narrazione in un punto particolarmente tragico e ad introdurre un lungo dialogo filosofico-religioso fra Arjuna, uno degli eroi più famosi, e il suo auriga Kṛshṇa, incarnazione del Dio Vishṇu. In tale dialogo la parte del leone è fatta a Kṛshṇa, ed Arjuna si limita a rivolgere domande e ad umilmente ascoltare. Parla, dunque, prevalentemente un dio incarnato, ed è chiaro che l'intenzione del vate è di conferire, mediante questa finzione poetica, valore di rivelazione alle teorie ch'egli ha in anima di bandire. Valersi di un Dio come di portavoce è il più abile spediente che un poeta possa escogitare per impadronirsi dell'attenzione e del consenso di chi legge o ascolta. E certo, il cantore della Bhagavadgîtâ sapeva di dover dire cose assai importanti e gli premeva d'imprimerle nel cuore della gente, altrimenti non avrebbe avuto ricorso all'idea audace di rivestirsi delle spoglie di un nume di credere realmente che in lui parlasse un dio.
Una lotta fratricida si è accesa fra due famiglie principesche, i Kuruidi da una parte, i Panduidi dall'altra. Che scorra lo stesso sangue nelle vene degli uni e degli altri non è ragione sufficiente a comporre il dissidio, ma anzi a rinfocolare l'odio e la rabbia mai più ardenti di quando vanno a prendere il posto dell'amore. È stata dichiarata la guerra, i due eserciti sono scesi in campo, le trombe hanno squillato, rullato i tamburi, muggito le conche, i primi giavellotti fendono l'aria, s'ode il fischio delle prime frecce, si aspetta che ogni soldato compia il suo dovere, non indietreggi, avanzi, affronti e tenga a vile la morte.
Arjuna nel campo dei Panduidi, ritto sul suo carro tirato da bianchi destrieri e guidato dal divino auriga, solleva anche lui e tende l'arco, ma prima di farne scoccare il dardo, desidera riconoscere gli avversari che gli stanno di fronte, ed ecco ravvisa padri, nonni, zii, fratelli, cognati, figli, nepoti, compagni, amici, schierati contro i propri consanguinei e i propri sodali. Mai soldato è stato messo a un cimento più duro e in una più atroce lotta con la propria coscienza.[…]”

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