Presentare il folklore di una regione, o di una nazione, compiacendosi per la sua «ricchezza» o per la sua vitalità attuale, costituisce chiara manifestazione di un atteggiamento conservatore ed estetizzante. Il cultore di tradizioni popolari si pone ad una certa distanza dal «popolo» ed invita il lettore a guardare, con bonario sorriso e compiaciuto interesse, le pittoresche manifestazioni di vita tradizionale.
Paradossalmente, in questa prospettiva finisce per sembrare che le popolazioni di cui si presentano le tradizioni esistano, in fondo, per assumere solo questo ruolo: di manichini per «stupendi» vestiti, di protagonisti di riti pittoreschi, di evocatori di antiche leggende: portatori cioè di un folklore i cui singoli «pezzi» sono indagabili con l'aiuto della storia delle religioni o della storia politica o di altre discipline, ma, comunque, spesso un po' assurdi, in ogni caso lontani da noi stessi, dalla nostra concreta umanità, dalla nostra cultura. È come se lo scrittore strizzasse l'occhio, invitando i lettori a rifarsi alla loro comune cultura ed a giudicare il folklore, presentato secondo i valori della cultura di origine, magari compiacendosi di essere così «civili» nei confronti di tanta «rozzezza», di tanta «barbarie». In altri termini, è piuttosto diffusa una mentalità per cui tutto ciò che non rientra nella sfera del noto, del familiare, tutto ciò che non è direttamente rapportabile ai propri valori, ciò che non appare conforme ai propri criteri di giudizio, assunti come parametri universali di valore, va respinto. E tale rifiuto avviene appiccicando al «nuovo» le etichette di «barbaro», «incivile», «primitivo», «pittoresco», «rozzo», e così via: termini diversi, ma sostanzialmente uguali nella loro funzione di ribadire la lontananza tra ciò che essi designano e chi tali termini pronuncia. Ciò è possibile, ovviamente, in quanto si pone la propria cultura al centro dell'universo: rispetto a tale centro le altre culture non possono apparire che periferiche e, in quanto tali, giudicabili non in se stesse, ma esclusivamente in base al rapporto che intercorre tra esse e il centro.
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Presentare il folklore di una regione, o di una nazione, compiacendosi per la sua «ricchezza» o per la sua vitalità attuale, costituisce chiara manifestazione di un atteggiamento conservatore ed estetizzante. Il cultore di tradizioni popolari si pone ad una certa distanza dal «popolo» ed invita il lettore a guardare, con bonario sorriso e compiaciuto interesse, le pittoresche manifestazioni di vita tradizionale.
Paradossalmente, in questa prospettiva finisce per sembrare che le popolazioni di cui si presentano le tradizioni esistano, in fondo, per assumere solo questo ruolo: di manichini per «stupendi» vestiti, di protagonisti di riti pittoreschi, di evocatori di antiche leggende: portatori cioè di un fol
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Dettagli del prodotto
- Editore
- Sansoni
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- 6283