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O Tu che Sali sull'Albero


Ipocan
€ 8,00
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traduzione dall'arabo di Adalgisa De Simone
pp. 100, Roma
data stampa: 1971
codice isbn: 88403

Al Cairo, nel sobborgo di Zeitùn, vivono in una casetta circondata da un piccolo giardino con un solo albero d'arancio due anziani coniugi. Il perfetto accordo in cui i due sono convinti di vivere è determinato da una totale incomprensione reciproca della quale essi non si rendono neppure conto: Bahàdir vive tutto preso dal suo albero e da una lucertola che ha la tana alla base di esso, Bahàna invece tutta assorta nel suo sogno di una maternità già realizzata o realizzabile nel futuro.

Un giorno però la moglie scompare da casa; il funzionario di polizia incaricato delle indagini riesce, con una logica serrata, a far confessare al marito un delitto che questi non ha commesso. Bahàdir viene così rinchiuso in prigione anche perché l'accusa contro di lui era stata confermata da un derviscio che l'uomo (controllore ferroviario in pensione) aveva conosciuto anni prima durante il suo lavoro sui treni.

Nella seconda parte della commedia la moglie torna a casa; il funzionario di polizia - che aveva dato l'ordine di scavare sotto l'albero d'arancio sotto il quale il marito aveva ammesso d'aver seppellito il cadavere della moglie per far sì che l'albero producesse quattro diversi tipi di frutti col variare delle stagioni, come gli aveva detto il derviscio - esterrefatto fa liberare dalla prigione il marito, porge le sue scuse e se ne va. Quando i due coniugi restano soli, il marito torna al suo albero, vede ricomparire la lucertola che era scomparsa contemporaneamente alla moglie e, per associazione d'idee, pensa di domandare a Bahàna dove mai sia stata nei tre giorni trascorsi lontano da casa. Ma è inutile: ad ogni domanda di Bahàdir la moglie oppone sempre un secco ed esasperante no e l'uomo alla fine la strangola...

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