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Initia Isidis

L'ingresso dei culti egiziani a Roma e nel Lazio

Agorà & Co.
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pp. XV-164, ill. a colori e b/n, Lugano
data stampa: 2019
codice isbn: 97888852644
Negli ultimi decenni gli studi sulla presenza dei cosiddetti “culti orientali” nella società romana hanno conosciuto una crescita esponenziale, generando tra l’altro una massa bibliografica che nessuno è ormai in grado di dominare interamente. Tuttavia, questo fiorire di studi – per la specializzazione estrema che ne è stata la conseguenza – oltre a costituire un progresso, in verità più quantitativo che qualitativo, ha avuto come esito una riduzione al minimo del contributo delle altre discipline e quindi delle problematiche storiche più generali. In questo volume si affronta un tema solo apparentemente marginale: la data d’introduzione dei culti egiziani a Roma e nel Lazio. In effetti, la tendenza diffusa è di posticipare questo momento iniziale oltre il ragionevole, fino al punto di sostenere l’assenza di edifici di culto isiaci in Italia prima del periodo augusteo. Non si tratta in effetti solo di un tema cronologico, dal momento che il fenomeno si inquadra e diviene comprensibile solo nell’ambito di una crisi generale della società romana, i cui primi sintomi si avvertono già nella seconda metà del III secolo a.C., con un’accelerazione impetuosa a seguito della guerra annibalica. Questa discrasia cronologica è aggravata dalla lettura che in genere viene data del problema, come opposizione a senso unico tra la religione tradizionale romana e i nuovi culti, che avrebbe generato un conflitto frontale tra la classe dirigente e i ceti subalterni, considerati gli unici fautori di novità religiose incompatibili con il mos romano. Nella realtà, il problema è assai più complesso, dal momento che, dimostrabilmente, i culti “orientali”, e in particolare quello isiaco, coinvolsero anche membri importanti dell’aristocrazia senatoria (basti pensare all’Isis Metellina). Parafrasando il titolo di un’opera – fondamentale quanto dimenticata – di Clara Gallini, il tema va impostato in termini di “protesta” e “integrazione”. In effetti, esso si presenta fin dall’inizio in questo duplice aspetto: come contestazione politico-sociale (non sempre cosciente) di ceti subalterni, in particolare della plebe urbana e rurale, delle donne e degli schiavi (il caso dei Bacchanalia del 186 a.C.), ma anche come inclusione: “normalizzante”, nella forma di un’autorizzazione pubblica, oppure “carismatica”, come strumento di potere dei capi militari nel periodo delle guerre civili. Tale processo di integrazione conoscerà la sua “soluzione finale” con l’introduzione del culto imperiale: dunque il periodo augusteo, lungi dall’essere la fase iniziale del fenomeno, ne costituisce la conclusione.
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