Punto di partenza di questo commento è la considerazione dell’opera matteana come un midrash – una riscrittura creativa – dell’evangelo di Marco. Un midrash che produce due effetti: da un lato, una notevole espansione delle parti discorsive, soprattutto per mezzo di nuovo materiale parabolico; dall’altro, una certa semplificazione del tessuto narrativo, che guadagna in chiarezza espositiva, anche se perde qualcosa dell’intensità drammatica di Marco.
Tutto ciò viene messo al servizio di una rilettura teologica dell’esistenza di Gesù, operata sullo sfondo della distruzione di Gerusalemme. Il Gesù di Matteo acquista i tratti della Shekhinà, la divina Presenza che ormai non dimora più nel tempio, ma è “con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.