È stato autorevolmente affermato che «in Francia i veri teorici dell'arte non s'incontrano tra i professori di filosofia e trattatisti, quasi tutti mediocrissimi, ma tra i grandi artisti: Flaubert, Baudelaire, Becque, i quali per l'appunto dettero aperti segni d'insofferenza contro la melensaggine degli «universitaires qui se mêlent de l'art». E ancora il Croce in altra occasione non esitò nell'anteporre «i critici francesi psicologi o impressionisti ai dottrinari e sistematici, i Sainte-Beuve e i Lemaître ai Taine e ai Brunetière: teorici bensì questi ultimi, ma dominati da quello spirito intellettualistico e dommatico che forma ostacolo alla comprensione dell'arte».
Nessuno, credo, oggi si mostrerà sorpreso dinanzi ad affermazioni del genere. Esse ci sembrano chiare e inconfutabili. Ma ai tempi di Baudelaire le cose andavano diversamente. Chi osava vilipendere l'estetica dei trattati, la critica dottrinaria e i professeurs-jurés che la rappresentavano, era tenuto, nonostante Diderot e Stendhal, per un innocuo dilettante, rivoluzionario a tempo perso, negato alla scienza nell'arte.
Non ci risulta che i contemporanei, anche i più intelligenti e i meno dogmatici, avessero di questo grande critico un'idea molto dissimile da quella da noi enunciata. La fortuna del critico si sviluppò ancora più lentamente di quella del poeta. Se Sainte-Beuve parve non accorgersi di un «collega» così eccezionalmente dotato, altri, per varie ragioni ben più benevoli verso l'autore delle Fleurs du Mal, da Théophile Gautier allo stesso Delacroix, non dimostrarono per l'autore delle Curiosités esthétiques un'attenzione degna. La scoperta, si direbbe definitiva, del critico Baudelaire è, tutto sommato, un avvenimento recente. E per una personalità così ardita non poteva essere altrimenti.
Quando si badi soprattutto alla felicità di distinzioni, all'acutezza nello svelare, al di là di ogni retorica, il mondo della Bellezza, al coraggio di riconoscerla e al vigore di interpretarla, quando si badi all' essenza di questa critica che si esercita su una materia ancora in fermento e in essa fa le sue prove, non crediamo che il secolo possa fornirci un esempio di altrettanto infallibile chiaroveggenza. I poeti, gli artisti che Baudelaire amò sono, quasi tutti, quelli che noi ancor oggi amiamo ed ammiriamo, da Delacroix a Daumier, da Corot a Meryon, da Vigny a Balzac, da Poe a Hoffmann, da Laclos a De Quincey - ciò che non si può ripetere, invece, per un Sainte-Beuve, sempre un po' tiepido, almeno nelle manifestazioni ufficiali, verso le figure più ragguardevoli della sua epoca (Vigny, Balzac, Baudelaire). Il giudizio di Baudelaire fu sempre notevolmente in anticipo sull'ora ufficiale, cioè sul tempo in cui si sarebbe affermata la vitalità di un artista. Una generosità che non partiva dal cuore, fondata sulle solide ragioni dell'arte, lo spingeva verso chi sembrava arrivato troppo presto e, di conseguenza, lo allontanava dalle celebrità conclamate, da chi ormai aveva dal suo lato, e poteva farlo fruttare a suo piacere, il consenso popolare.
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È stato autorevolmente affermato che «in Francia i veri teorici dell'arte non s'incontrano tra i professori di filosofia e trattatisti, quasi tutti mediocrissimi, ma tra i grandi artisti: Flaubert, Baudelaire, Becque, i quali per l'appunto dettero aperti segni d'insofferenza contro la melensaggine degli «universitaires qui se mêlent de l'art». E ancora il Croce in altra occasione non esitò nell'anteporre «i critici francesi psicologi o impressionisti ai dottrinari e sistematici, i Sainte-Beuve e i Lemaître ai Taine e ai Brunetière: teorici bensì questi ultimi, ma dominati da quello spirito intellettualistico e dommatico che forma ostacolo alla comprensione dell'arte».
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Descrizione
Dettagli del prodotto
- Editore
- Sansoni
- Autore
- Baudelaire Charles
- ISBN
- 6236