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La Religione

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Dalla premessa dell'autrice:
"La vita religiosa del popolo romano riveste, agli occhi dello studioso attento, una complessità ed una varietà così multiforme da non avere eguali nel mondo antico. Non è facile distinguere il momento storico in cui la religione romana non abbia risentito di influenze esterne. Ad un substrato preindoeuropeo di una divinità femminile, la Madre Terra, ed indoeuropeo di un Essere Supremo del cielo, si andarono a sovrapporre, stratificandosi, influenze italiche, etrusche, greche e, poi, orientali.


Descrizione

Dalla premessa dell'autrice:
"La vita religiosa del popolo romano riveste, agli occhi dello studioso attento, una complessità ed una varietà così multiforme da non avere eguali nel mondo antico. Non è facile distinguere il momento storico in cui la religione romana non abbia risentito di influenze esterne. Ad un substrato preindoeuropeo di una divinità femminile, la Madre Terra, ed indoeuropeo di un Essere Supremo del cielo, si andarono a sovrapporre, stratificandosi, influenze italiche, etrusche, greche e, poi, orientali.

Scrive Varrone (l.l. V, 57-60) « ... Gli dei supremi sono il Cielo e la Terra ... Questa coppia di dei è ciò che per noi è l'anima e il corpo. La Terra rappresenta l'elemento umido e freddo ... con la loro congiunzione il cielo e la terra hanno creato tutti gli esseri ... ». Le forme di venerazione primitiva della religione romana erano rivolte alle forze della natura, agli oggetti inanimati e agli alberi. Tra questi ultimi si ricorda il corniolo, che secondo la leggenda era nato dalla lancia di Romolo scagliata dall'Aventino sul Palatino, o il fico ruminale (ancora venerato in età classica nel Foro Romano), sotto al quale si era fermata la cesta con i gemelli Romolo e Remo (LIv. 1,4). Era, quindi, almeno alle origini, una religione animistica.

Uno degli aspetti che maggiormente caratterizzò la religione romana dei primordi, modificandola da animistica in antropomorfa, fu la tendenza ad assimilare le divinità locali con le divinità straniere e a trapiantare a Roma i culti delle città assoggettate (evocatio). Questo tipo di annessione per scopi politici era senz'altro sconosciuta agli altri popoli, soprattutto a quelli del mondo greco. Il conservatorismo della religione romana, invece, si esplicò in modo quasi esclusivo nella ripetizione perfetta dei riti, delle regole e delle formule dei culti, il cui significato spirituale originario fu ben presto dimenticato, forse già a partire dall'età repubblicana.

Non si trattò, quindi, di una religione con sviluppi teologici complessi, con costrutti mitologici, con nessi mistici tra individuo e divinità, ma fu una religione pratica, originariamente adatta a soddisfare le esigenze di un popolo di pastori e di agricoltori. Fu essenzialmente per tale motivo che tutto il complesso di pratiche religiose che accompagnavano quasi quotidianamente la vita privata e pubblica dei Romani, mirava a mantenere la pax deorum o ad ottenere dalle divinità favori personali o per la comunità; in cambio i riti dovevano essere officiati direttamente dal beneficiario (pater familias o magistrato o condottiero militare) mediante sacrifici o cerimonie specifiche.

A garanzia della perfetta esecuzione di questi atti religiosi intervenivano i sacerdoti, i quali, a differenza di quelli di altre religioni, erano semplicemente degli «esperti», dei «tecnici» del rituale e non i celebranti del rito.

Il culto romano comprendeva due generi di azioni sacre che venivano accompagnate, durante la cerimonia, da preghiere, formule e inni (carmina): i sacra e gli auspicia. I primi avevano lo scopo di istituire una sorta di legame tra un gruppo familiare o un gruppo ufficiale (pagi, vici, curiae) o tra il singolo individuo e una divinità. Il legame così creato doveva servire a scongiurare i pericoli e a far sì che il dio concedesse la sua benevolenza. Gli auspicia, invece, avevano un carattere informativo: erano diretti a conoscere la volontà degli dei.

Non ci sono parole migliori di quelle di Polibio per comprendere l'essenza della religione romana. Lo storico greco, che era giunto a Roma nell'anno 166 a.C., scrive: « ... Quella superstizione religiosa che presso gli altri uomini è oggetto di biasimo, serve in Roma a mantenere unito lo stato: la religione è più profondamente radicata e le cerimonie pubbliche e private sono celebrate con maggior pompa che presso ogni altro popolo. Ciò potrebbe suscitare la meraviglia di molti; a me sembra che i Romani abbiano istituito questi usi pensando alla natura del volgo. In una nazione formata da soli sapienti, sarebbe infatti inutile ricorrere a mezzi come questi, ma poiché la moltitudine è per sua natura volubile e soggiace a passioni di ogni genere, a sfrenata avidità, ad ira violenta, non c'é che trattenerla con siffatti apparati e con misteriosi timori...». La religione romana, quindi, era una religione sociale, praticata nell'ambito della propria famiglia (culto privato) o all'interno della comunità, durante le cerimonie pubbliche."

Dettagli del prodotto

Editore
Quasar
Autore
Chini Paola
Info libro
pp. 110; Roma
Anno stampa
1990
Disponibilità
1 Libro
ISBN
978887097012
Condizione
Nuovo

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