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Religioni e Riti Magici Indiani nell'America Meridionale

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Il Saggiatore
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prefazione di Simone Dreyfus, traduzione di Roberto Vigevani
pp. 322, 34 tavv. b/n f. t., Milano
data stampa: 1971
codice isbn: 5618

Uomini Dio, messia o profeti, «cristi», «predicatori» e «santi», dal messianesimo tupi-guarani che si vale di prestiti cristiani per esprimere la tenace sopravvivenza di antichi miti e credenze indigene, piu volte documentato in tutta la terra indio dall'Amazzonia all'antico Paraguay dei guarani, alle agitazioni mistiche delle regioni andine, fra i Tukano e gli Arawak del Rio Negro, fra i gauchos argentini, Métraux ci presenta tutto un susseguirsi secolare di subitanee rivolte e incredibili migrazioni intercontinentali verso la Terra senza Male o il Paradiso Terrestre.

Come tanti altri aspetti della religiosità indio, anche questi movimenti misticopolitici, cosi terribili e incomprensibili, hanno suscitato la curiosità degli europei; in generale il movimento messianico ha comportato, oltre alla curiosità, la repressione, la condanna a morte dei «capi», la dispersione dei seguaci. Métraux ricostruisce storicamente e geograficamente un profilo di queste agitazioni, e ce ne consegna una chiave interpretativa, procedendo per magistrali sintesi storiche integrate da un suo «vissuto» di etnologo con quarant'anni di esperienza. Questi due aspetti, storia e ricerca sul terreno, sono presenti in tutti gli scritti di questa raccolta che avrebbe dovuto essere una etnografia generale del Sudamerica: pubblicata postuma e incompiuta, nel descrivere alcuni aspetti della vita religiosa e delle pratiche magiche dell'America precolombiana, è quanto di più vicino a una ricerca etnografica esauriente si possa avere oggi, di un'America che nell'espressione religiosa e nel rituale, durante la sua lunga agonia, ha trovato l'unico modo di vivere la propria autenticità indigena. Degli altri scritti, la sintesi storica viene in primo piano nel magistrale capitolo sull'antropofagia rituale dei Tupinamba che ci presenta sotto una luce feroce questi indios della foresta brasiliana che nel XVI secolo furono all'origine del nostro mito del «buon selvaggio». Métraux ha scritto questo lavoro a 26 anni, ma già allora rifiutava il concetto di selvaggi, buoni o cattivi, considerando che non vi sono che uomini in una cultura altra dalla nostra, uomini allegri o tristi, liberi o asserviti, piu o meno intelligenti, piu o meno attivi, e che ogni cultura è sempre una risposta totale alla vita e come tale va spiegata sul suo proprio terreno. L'antropofagia dei Tupinamba Métraux la inscrive fra i riti funebri, oppure, in termini sociologici, come cerimonia che vale a preservare la identità del gruppo. Sono quindi raccolti e studiati gli oggetti i gesti i riti le espressioni religiose e i cerimoniali di popoli quasi estinti o in via di sparire per sempre. Molto spesso, ora che tacciono i canti sciamanistici della foresta, o i canti semiprofani che impigriscono l'anima di chi ascolta, e muoiono le danze, i girotondi sfrenati, né s'odono più così distintamente i suoni dei sonagli sacri o i fruscii del mago di ritorno dal suo viaggio nel sole alla ricerca di informazioni per ricuperare l'anima di un malato, si ha la sensazione di assistere al miracoloso salvataggio di un'immensa arca del comune patrimonio umano, e allora ogni pagina di questo libro dedicato alla vita religiosa entra di colpo in una dimensione sacra, nella misura in cui Métraux, singolare mediatore culturale, consegna all'area linguistica d'Europa un'esperienza mancata del suo passato.

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