«Se le conseguenze del bene e del male compiuti ci fossero sconosciute, come potremmo correggere le nostre cattive azioni e distinguere il bene dal male?». Con questo intento, il monaco Kyòkai racconta cento sedici storie di ricompense miracolose e atroci punizioni toccate a uomini e donne di ogni ceto sociale, pescatori, mercanti, mendicanti, finti monaci e santi autentici, principesse e imbroglioni, sovrani e contadine. Storie in cui il gusto per la narrazione trasforma spesso l'exemplum in fiaba e il lavoro del karma in una ruota di metamorfosi avventurose.
Tradotta per la prima volta in italiano, quest'opera, scritta probabilmente tra l'810 e l'824, si rivela una lettura piacevolissima grazie al suo stile originale: scarno, a volte naïf, ma incredibilmente incisivo e realistico anche per gli standard moderni. (Carmen Covito)
Maria Chiara Migliore, ricercatrice di Lingua e letteratura giapponese presso l'Università del Salento, svolge attività di ricerca nel campo della letteratura classica e della filologia giapponese, con particolare riferimento alla produzione giapponese in cinese.
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«Se le conseguenze del bene e del male compiuti ci fossero sconosciute, come potremmo correggere le nostre cattive azioni e distinguere il bene dal male?». Con questo intento, il monaco Kyòkai racconta cento sedici storie di ricompense miracolose e atroci punizioni toccate a uomini e donne di ogni ceto sociale, pescatori, mercanti, mendicanti, finti monaci e santi autentici, principesse e imbroglioni, sovrani e contadine. Storie in cui il gusto per la narrazione trasforma spesso l'exemplum in fiaba e il lavoro del karma in una ruota di metamorfosi avventurose.
Tradotta per la prima volta in italiano, quest'opera, scritta probabilmente tra l'810 e l'824, si rivela una lettura piacevolissima grazie al suo stile originale: scarno, a volte naïf, ma in