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Il Manicheismo


Il Saggiatore
Libro d'occasione, recante eventuali tracce d'uso
Disponibile in copia unica
€ 30,00
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Prima edizione, traduzione di Quirino Maffi ed Enrichetta Luppis.
pp. 320, 56 tavv. a colori e b/n, Milano
data stampa: 1964
codice isbn: 2793

Dopo dodici secoli di successo che, al suo culmine, si estese dalle rive del Pacifico a quelle dell'Atlantico, il Manicheismo ha lasciato, se non altro, il proprio nome al nostro vocabolario quotidiano, che oggi specialmente ne fa largo uso. Certo l'aspetto più vistoso, più proverbiale della dottrina di Mani è il dualismo pessimistico di male e di bene, di tenebre e di luce, anche se di questo dualismo Mani non sia stato l'inventore, anzi ne abbia attenuato la drammaticità rispetto alle precedenti religioni iraniche e allo stesso Mithraismo, che personificava i due principi avversi e irriducibili in due esseri divini, i gemelli Ohrmizd e Ahriman. Mani invece negò sempre la divinità del male e, impavido nel contraddire le proprie premesse, riconobbe la superiorità del principio del bene. Anche l'altro insegnamento basilare del Manicheismo, quello dei tre tempi successivi del cosmo (luce, caduta parziale della luce nell'abisso peccaminoso della materia, riscatto progressivo delle particelle luminose) con la connessa idea del Salvatore-salvato rientra tra i molti debiti di Mani verso più antiche religioni e teosofie. Egli era nato nel 216 d.C., forse nella Babilonia settentrionale, da principi di famiglia arsacide, dunque di stirpe regia. In quel secolo la Mesopotamia, d01(e Mani iniziò la sua predicazione, era un crogiolo in fermento politico (Roma e Persia), culturale (ellenismo, civiltà iranica), religioso (Cristianesimo, Zoroastrismo, Zurvanismo, Mandeismo, Gnosi). Con un geniale senso dell'opportunità storica, Mani tentò di fondere in quel crogiolo tutti i motivi religiosi che si contendevano le coscienze e fornivano comunque una risposta agli interrogativi sul mondo naturale e sovrannaturale, un appagamento ai bisogni di fede e di culto. «Apostolo della luce» e «Sigillo dei Profeti», Mani si proclamava detentore della verità assoluta, grazie a cui gli era dato di criticare e assimilare la verità relativa di tutti i dogmi e dottrine già note, compresi quelli del Buddhismo (che aveva allora succursali anche nel Vicino Oriente). Oggi ancora, a leggere l'esposizione della sua dottrina, si ravvisano, espresse nei loro nomi e profili più efficaci, tutte le grandi immagini cosmologiche, escatologiche, astrologiche, psicologiche, antropologiche, teosofiche ed esoteriche, con coi l'uomo nelle epoche di crisi religiosa ha tentato (e forse ancora tenta) di raffigurarsi il suo posto e destino nell'universo, le sue esperienze del divino, i suoi rapporti con ciò che lo trascende. Del sistema manicheo ci era rimasta nozione attraverso le grandi polemiche cristiane e soprattutto le vittoriose confutazioni di S. Agostino (che pure era stato per anni seguace di Mani). Solo nel 1930 se ne sono riscoperte le fonti originali, ancora in parte indecifrate e in parte inedite. Ma i testi pubblicati hanno già permesso al Widengren un'esauriente, palpitante ricostruzione del Manicheismo, prospettata sul mondo storico in cui nacque, accompagnata da un vigoroso ritratto biografico di quello straordinario personaggio che fu Mani: taumaturgo, esorcista, guaritore, esperto nella pratica della levitazione, contagioso oratore popolare, maestro del proselitismo e dell'organizzazione del culto, versatissimo nella liturgia, poligrafo, innografo, artista dei meglio dotati in tutti i generi letterari allora diffusi nell'Asia anteriore, ispirato e sagace nel mettere i valori estetici al servizio della vita religiosa, eccezionale impasto di visionarietà mistica e di abilità mondana.

Geo Widengren è nato a Stoccolma nel 1907. Laureatosi in teologia e scienze religiose, ha iniziato nel 1936 il suo insegnamento all'Università di Uppsala, dove è tuttora professore ordinario di storia e psicologia delle religioni. È presidente dell'Associazione Internazionale per la Storia delle Religioni. Dal 1957 fa parte dal World Council for Jewish Studies. La sua preparazione tecnica e filologica, l'ampiezza delle sue vedute e della sua dottrina non sono soltanto il frutto di un tenace, impegnato lavoro; esprimono un temperamento, quasi una vocazione per i fenomeni religiosi, che chiaramente traspare dal lucido fervore con cui è scritto questo libro.

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