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Manimekhalai

Manimekhalai

la ragazza con la ciotola magica (una storia buddhista)
Autore/i: Shattan
Editore: Casadeilibri
tradotto dalla versione francese di Alain Daniélou, in collaborazione con T. V. Gopala Iyer; traduzione italiana di Pietro Faiella pp. 222, ill. b/n, Padova Prezzo: € 16,00

Dalla Nota Editoriale:

Il Manimekhalai è il seguito ideale dello Shilappadikaram (La cavigliera d’oro), da noi edito nel 2011. Si tratta di due tra le opere maggiori della letteratura tamil antica – la lingua principale tra quelle preariane sopravvissute nel sud dell’India – giunte fino ai nostri giorni e in assoluto di due tra i più antichi romanzi della letteratura universale. Il Manimekhalai attribuito al principe mercante Shattan (o Sithalai Sàttanar) resuscitato nel 1898 da U. V. Swaminatha Iyer (1855-1942) è inoltre l’unica epica buddhista in lingua tamil sopravissuta, probabilmente grazie allo status di seguito dello Shilappadikaram.

Entrambe le opere furono tradotte per la prima volta in francese da Alain Daniélou, grazie all’aiuto di due pandit indiani. R. S. Desikan diede un apporto sostanziale alla traduzione dello Shilappadikaram mentre per il Manimekhalai Daniélou fu coaudivato da T. V. Gopala Iyer, indologo di prim’ordine scomparso nel 2007 e questa resta la versione più recente in lingua occidentale (una traduzione in giapponese ad opera di Shuzo Matsunaga è stata pubblicata nel 1991). […]

Per l’edizione francese Daniélou scelse come sottotitolo Le Scandale de la Vertu, forse parafrasando la nota opera del marchese De Sade Justine, ovvero le disavventure della virtù. In effetti il Manimekhalai è un’apologia della rettitudine in senso buddhista incarnata nelle intriganti forme della bella protagonista.

Quest’opera appare fondamentale per conoscere non solo l’antico buddhismo indiano del Grande Veicolo ma anche le diverse tradizioni con il quale il buddhismo, presto diffusosi in mezza Asia ma destinato a scomparire dalla sua terra natale, doveva confrontarsi.

La piccola isola a nord dello Sri Lanka, dove Manimekhalai dissipa le tenebre dell’ignoranza alla vista delle impronte del Buddha, chiamata nel romanzo Manipallavam e meglio nota come Nainathivu o Nainatheevu, dal nome del misterioso popolo dei Naga, adoratori, secondo il costume dravidico, dei serpenti, è un luogo di culto della Shakti dove è conservata una delle 64 shakti pitha venerate dagli shivaiti e non sarebbe forse fuori luogo trovare in questo fatto un segno dell’intimo rapporto tra shivaismo tantrico e tradizione Mahayana, al quale sembrano alludere le leggende di Nagarjuna.

È opportuno infine notare che il tema ricorrente della trasmigrazione, che fa da sfondo al canovaccio, è presentato in modo romanzesco nel Manimekhalai, e non può essere confuso con la reincarnazione come è stata poi intesa in occidente, poiché nel buddhismo Mahayana non esiste alcun sé permanente, né alcuna anima individuale, che possa “reincarnarsi”. È il continuum della coscienza che passa da una vita all’altra, proprio come in un romanzo la mente del lettore.

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