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La «Melencolia I» di Dürer

La «Melencolia I» di Dürer

Una ricerca storica sulle fonti e i tipi figurativi
Autore/i: Panofsky Erwin; Saxl Fritz
Editore: Quodlibet
Introduzione di Claudia Wedepohl.
Presentazione di Arpad Weixlgärtner.
Traduzione, cura e con uno scritto di Emiliano De Vito. pp. 308, 68 figg. b/n, Macerata

Quando uscì, nel 1923, La «Melencolia I» di Dürer di Erwin Panofsky e Fritz Saxl rappresentò una svolta decisiva negli studi umanistici. Non solamente veniva qui affrontato, con inediti strumenti critici, uno dei più oscuri enigmi della storia dell’arte occidentale, l’incisione Melencolia I di Dürer, ma veniva anche mostrato quello che sarebbe stato il metodo del circolo di Warburg, di cui questo libro ha rappresentato una prima sintesi programmatica.
Ripercorrendo le fonti antiche, alla ricerca dei presupposti – e da qui, poi, l’unicità – della concezione düreriana della melanconia, gli autori hanno ravvisato il loro compito non tanto nel trovare una precisa e magari innovativa soluzione per ciascun simbolo contenuto nell’incisione, quanto piuttosto nel lasciare emergere la grande linea evolutiva il cui punto finale può essere riconosciuto nell’opera di Dürer. «Nonostante tutte le connessioni con l’astrologia e la medicina, con Marsilio Ficino e le rappresentazioni dei figli dei pianeti, sembra giustificata anche la sensazione di potere scorgere nella Melencolia I qualcosa di diverso da una sia pure nobilitata immagine di un temperamento o di un’affezione: l’immagine di una conoscenza di sé e una espressione del faustiano “non poter sapere”». Nell’incisione düreriana, dunque, la melanconia non corrisponde più alla fattispecie temperamentale della precedente tradizione iconografica, ma designa un certo stato della mente: la condizione teoretica.
Il libro fu accolto con entusiasmo: Walter Benjamin e Ernst Cassirer, Giorgio Pasquali e Franz Boll, tra gli altri, ne compresero immediatamente l’importanza e la novità, e si misurarono con esso nei propri lavori.
Nel volume che presentiamo, edito ora per la prima volta in traduzione italiana, si può osservare con chiarezza il contrappunto di conio warburghiano tra parola e immagine, tra fonti documentarie e figurative, e risultano perfettamente trasparenti tutti gli importanti sviluppi che il metodo iconologico avrebbe apportato alla storia della cultura.

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