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Gli Unni

Gli Unni

Autore/i: Schreiber Hermann
Editore: Garzanti
traduzione di Gianni Pilone Colombo pp. 278, 10 ill. f. t., 7 cartine, Milano Prezzo: € 22,00

Gli unni non lasciarono fonti scritte della loro storia. Gli osservatori dell’epoca, gli autori di cronache, li descrissero con orrore e spavento. È luogo comune l’appellativo del loro capo, Attila, «Flagello di Dio». Dove passava, si disse, per descrivere l’entità della distruzione portata in Europa dalla memorabile invasione unna, «non cresceva più erba». Arrivarono improvvisi come un incubo, verso la metà del V secolo dopo Cristo, sugli instancabili cavalli della steppa. Guidati da Attila (piccolo padre, in lingua unna) combatterono senza che nulla e nessuno li potesse ostacolare, almeno fino a quando il romano Ezio non arrestò la loro avanzata nell’incerta battaglia dei Campi Catalaunici. Il loro regno durò quanto la vita di Attila, e alla morte del re i confini di quel dominio si dissolsero come nebbia. Tuttavia il sinistro e breve fulgore bastò ad Attila e agli unni per entrare sia nei cattivi sogni dell’Europa che nei suoi miti: nelle corrusche saghe nordiche Attila appare come un modello di guerriero e insieme come un re saggio e benefico.

Le fonti bizantine, se interpretate bene, ci restituiscono molta della storia unna. In esse abbiamo descrizioni dei costumi di vita di questo popolo: descrizioni spesso singolari, in ogni caso appassionanti, come quelle che indugiano sui particolari della vita alla corte di Attila. Il fosco e l’orrido abbondano nei racconti delle imprese unne, che a volte richiamano irresistibilmente alla memoria quella che fu l’epopea dei fierissimi Apaches, soprattutto quando leggiamo le descrizioni lasciate dagli occidentali: volti impenetrabili e orribili a vedersi, cavalcate furibonde seguite da feroci massacri, sprezzo sovrano per la viltà e la corruzione dell’imbelle bizantino. Gli unni vennero chiamati «barbari» da due civiltà diversissime fra loro come la cinese e la bizantina: perché i cavalieri mongoli della steppa non vennero a dominare solo l’Europa, ma fecero tremare anche la Cina. È così che al lettore viene offerta, accanto ai giudizi bizantini, la lunga serie di considerazioni dovute alla penna di sconosciuti cronisti cinesi. Lo storico tuttavia pone una domanda: come mai un massacratore come Attila entra nelle leggende nordiche come eroe purissimo e finisce, lui, un mongolo, per diventare uno dei grandi eroi della saga germanica? E come mai questi unni così esecrati saranno alla fine dei generali dell’esercito di Bisanzio? Questi barbari non finiscono sterminati dai «visi pallidi», ma s’impongono loro. In realtà non furono «barbari», né semplici massacratori: le astuzie diplomatiche di Attila, che gioca coi bizantini, ora di forza, ora di finezza, testimoniano l’eccezionalità della breve vicenda degli unni.

Tracciare la storia unna, allineando i fatti estraibili da fonti cinesi, bizantine e romano-barbariche note finora solo agli specialisti, non era facile: renderla di scorrevole e piacevole lettura, pur senza farne un romanzo, è grande merito dello Schreiber, che unisce erudizione e misura alla sagacia e alla vivacità narrative.

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